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A Londra cade il tabù dell'euro

A Londra cade il tabù dell'euro A Londra cade il tabù dell'euro

Tag:  euro Gordon-Brown Gran-Bretagna sterlina

di Froiatti

 

Riuscirà la crisi economica a piegare l'orgoglio dei sudditi di Sua maestà e convincerli ad abbracciare l'euro? L'idea di dire addio alla sterlina e pagare una pinta di birra in cent (parecchi) e non più in pence suona come una rivoluzione epocale per un paese dall'europeismo tiepidissimo. Eppure, il presidente della Commissione europea José Manuel Durão Barroso a una radio francese (sgarbo massimo per gli eterni rivali d'oltremanica) ha rivelato: "Alcuni politici britannici mi hanno detto: “Se fossimo nell'euro staremmo meglio”"; aggiungendo che "la Gran Bretagna non è mai stata più vicina a entrare nell'euro".

Apriti cielo! I conservatori sono insorti: "Mantenere la sterlina è vitale per il futuro economico della Gran Bretagna" ha detto William Hague, ministro degli Esteri del governo ombra dei Tory. Perfino i laburisti hanno raffreddato gli entusiasmi del presidente della Commissione. Peter Mandelson, ex commissario europeo, ministro alle Attività produttive nel governo di Gordon Brown, ha smentito di essere l'ispiratore delle rivelazioni radiofoniche di Barroso: "L'obiettivo dovrebbe essere l'ingresso nell'euro, resto di quell'idea" ha affermato, precisando subito: "Il governo non si lancerà in questa sfida nell'attuale clima economico".

Eppure, c'è chi come Will Hutton, vicepresidente della Work foundation, organizzazione non-profit di ricerca e consulenza economica, argomenta sulle pagine del settimanale Observer perché alla Gran Bretagna converrebbe aderire proprio adesso alla moneta unica: "Se entrassimo nell'euro, sia il governo sia la City sarebbero in grado di sostenere la spesa e i prestiti necessari ad allontanare la recessione. Il livello competitivo di cambio, poi, rafforzerebbe le nostre esportazioni almeno per una generazione. E i risparmi della classe media non sarebbero distrutti dall'inflazione".

Il 4 dicembre la Bank of England ha tagliato il tasso ufficiale di sconto portandolo al 2 per cento, il livello più basso degli ultimi 57 anni. Nel frattempo il valore della sterlina è precipitato da una media di 1,45 euro (con picchi spesso superiori a 1,50 toccati tra il 2004 e il 2007) all'attuale livello di 1,15 euro. Gli anni in cui lo splendore finanziario della City era arrivato a oscurare la stella di Wall Street sono ormai un ricordo sbiadito.

"Per la gente è uno shock che la sterlina valga così poco, ma prima era decisamente troppo forte" spiega a Panorama Simon Tilford, capo economista del Centre for European reform, centro studi di Londra. "Forse oggi è un po' troppo debole, ma è indispensabile per l'economia inglese: il mercato immobiliare sta crollando, il petrolio del Mare del Nord sta calando, le famiglie sono fortemente indebitate". Ironia delle sorti congiunturali: a questo tasso di cambio sarebbero gli stati "del continente", Francia, Italia e Germania in testa, a non volere che Londra approdi all'eurozona. "Il vantaggio competitivo per l'export inglese sarebbe enorme" ammette Tilford.

Nel 1997 Gordon Brown, allora cancelliere dello Scacchiere, fissò cinque criteri per l'adesione alla moneta unica: la convergenza tra l'economia britannica e quella della zona euro, la sufficiente flessibilità per affrontare i cambiamenti economici, l'impatto dell'euro su occupazione, investimenti stranieri e servizi finanziari. La decisione finale sarebbe comunque dovuta spettare agli elettori chiamati a esprimersi in un referendum.

"I criteri sono stati soddisfatti al 100 per cento" osserva Hutton. A mancare, però, sono altri e decisamente più importanti parametri: quelli di Maastricht. "Ci vorrebbero tre, quattro anni prima che la Gran Bretagna potesse essere pronta" dichiara a Panorama Daniel Gros, direttore del Centre for European policy studies di Bruxelles. "Credo, però, che questa crisi convincerà gli inglesi a rivedere le loro posizioni per due motivi. Primo: la protezione del sistema bancario è molto più difficile per un governo la cui moneta nazionale non costituisce valuta di riserva, come lo sono euro e dollaro. Secondo: Londra riteneva che le sue regole fiscali fossero migliori, più credibili. Ora però sta sprofondando nel debito pubblico, e forse comincia a pensare che attenendosi al patto di stabilità non si sarebbe arrivati a questo punto".

Dissente, almeno in parte, Tilford che giura di essere a favore dell'ingresso della Gran Bretagna nell'euro, ma non fino a quando non saranno superate alcune debolezze del sistema economico britannico. Una su tutte: "l'estrema sensibilità al tasso di interesse a breve termine". "Se nel 1999 fossimo entrati nell'euro con un tasso che era molto più basso del nostro e un cambio sterlina-euro piuttosto alto" sostiene "ora forse ci troveremmo intrappolati in una crisi anche peggiore. Le finanze pubbliche sarebbero state gestite con maggior rigore? Chi lo sa. Di certo altri membri dell'euro non l'hanno fatto".

L'economia inglese non è un malato così grave, al momento, da giustificare un pensionamento anticipato dell'euroscetticismo britannico, secondo Tilford, tanto più che la moneta unica "non è una panacea". "Anzi, poter ancora contare sull'aggiustamento dei cambi per favorire le esportazioni è uno dei classici meccanismi usati nei periodi di recessione per far ripartire l'economia" fa eco Francesco Caselli, professore di economia alla London school of economics. "Per questo sono stupito quando si richiama la debolezza della sterlina per sostenere che sarebbe più conveniente aderire all'euro. È esattamente il contrario".

Gli avvocati della valuta europea all'ombra del Big Ben sostengono che l'adesione permetterebbe alla Gran Bretagna di ottenere un "ruolo chiave nel dibattito sulla gestione del sistema finanziario internazionale. Consentendo agli inglesi di contare di più". "Questa motivazione reggerebbe fino a quando l'euro non provocasse problemi al governo britannico, nel qual caso gli inglesi chiederebbero immediatamente di uscirne" conclude Tilford. "In altri paesi non accadrebbe mai, perché il sentimento di appartenenza alla famiglia europea è più forte".

Probabilmente è vero, come sottolinea Caselli, che "l'Ue farebbe ponti d'oro a Londra pur di attirarla nell'euro, perché il successo politico sarebbe talmente importante da giustificare perfino qualche tolleranza in più su Maastricht".

Dall'altra parte della Manica, però, il ponte poggerebbe su un terreno impervio: "Quando una nazione decide di rinunciare alla propria moneta, la sua identità è in pericolo. Noi non siamo Europa, siamo un'isola" commenta lo chef di Londra Oliver Moesley.

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