di Gianni Castellaneta*
Sul futuro della Tunisia si giocano diverse partite cruciali per la stabilità complessiva di una regione araba e filoccidentale affacciata sulle nostre coste. Su tutte, i rischi di contagio e la minaccia che il mix di tensione e improvvisa apertura lasci spazio all’estremismo islamico. Manifestazioni di protesta si sono propagate dal Marocco alla Libia, sino in Giordania, dove il governo ha deciso l’abbattimento dei prezzi alimentari. Gli osservati speciali restano però Algeria ed Egitto. In entrambi i casi, le similitudini devono preoccupare, ma non trarre in inganno. Ad Algeri cinque dimostranti si sono dati alle fiamme come gesto estremo di dissenso verso un regime cui si contestano la disoccupazione galoppante, il rincaro dei beni di prima necessità e l’illiberalità; episodi simili al Cairo. Lo scollamento tra società e classe dirigente è palpabile, ma nella protesta algerina non si scorgono quei legami con i sindacati e quel coinvolgimento della classe media che sono stati concausa della fuga di Zine el Abdine Ben Ali da Tunisi, mentre l’esercito, forgiato da 10 anni di lotta all’insorgenza islamica, è un elemento di stabilità forse più influente degli stessi vertici politici.
I rischi sembrano essere maggiori per l’Egitto. Il riacutizzarsi delle tensioni fra cristiani copti e musulmani, le incognite sul riequilibrio che si produrrà dalla nascita di un paese antiarabo come il Sud Sudan alle sorgenti del Nilo, la partita delle presidenziali in autunno costituiscono elementi di incertezza su cui la crisi tunisina
può facilmente produrre effetti moltiplicativi. Il regime di Hosni Mubarak, forte del sostegno delle autorità religiose del paese e di una società ormai plasmata dalle riforme liberiste del 2004, ha reagito attraverso una ferma politica di «damage control», declinata attraverso il ricompattamento nei valori di identità nazionale. Questo il senso delle prese di posizione del ministro degli Esteri Ahmed Aboul Gheit contro l’ingerenza dell’Occidente nelle vicende interne del paese, che si interpretano ancor meglio se si guarda al rinnovato attivismo di gruppi islamici legati ai Fratelli musulmani, che proprio dall’Europa cercano nuova influenza nell’area approfittando dei disordini tunisini. Pur nell’incertezza sulle condizioni di salute di Mubarak e pur nella consapevolezza che i fatti di Tunisi hanno posto pesanti incognite sulla successione a favore del figlio Gamal, l’Egitto sembra in grado di gestire in sicurezza la delicata fase della transizione. Molto dipenderà, ovviamente, dal protrarsi della tensione in Tunisia e da quanto accadrà dopo il sostanziale fallimento dell’esperimento di riconciliazione nazionale del governo di Mohammed Ghannouchi.
Le incertezze sulla sua capacità di resistere alle defezioni, gli interrogativi su una plausibile leadership futura cui ambiscono gli oppositori rientrati in patria da Francia e Gran Bretagna, la verifica dell’effettiva volontà di radicalizzare la lotta contro i residui della vecchia dirigenza rendono quella tunisina un’equazione dalle molte
incognite. La gran parte della popolazione sembra incline a evitare derive radicali e restituire alla svelta il paese a quella stabilità in grado di garantire un contesto sicuro per gli investimenti stranieri, unica vera speranza per l’effettivo miglioramento delle condizioni di vita. Nicolas Sarkozy, che ha annunciato l’indisponibilità a rendersi complice di ricchezze detenute illegalmente in Francia dalla famiglia dell’ex presidente e ha affidato al ministro degli Esteri Michel Alliot-Marie il mea culpa per non avere capito in tempo cosa stava succedendo, sembra essersi accorto dei rischi di un eccessivo immobilismo. L’Italia ha interessi strategici ed economici analoghi, se non superiori, che le impongono di fare altrettanto. In fretta.
* ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti dal 2005 al 2009
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