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Ferrara: la guerra in Iraq fu una risposta necessaria, dolorosa e generosa

Ferrara: la guerra in Iraq fu una risposta necessaria, dolorosa e generosa Ferrara: la guerra in Iraq fu una risposta necessaria, dolorosa e generosa
Ordnance experts walk next to a line of artillery shells as they prepare a meticulously planned explosion of 24 tones of munitions in an ammunition storage site next to Aswalim village about 100 kilometers southeast of Baghdad , Iraq, on Sunday, June 10, 2007. Since its start six months after the U.S. invasion in 2003, the private contractors of the munitions demolition project have cleared 66 large Iraqi sites of a vast array of weaponry and has destroyed 366,000 tons of leftover Iraqi munitions.(AP Photo/Petros Giannakouris)
di Redazione

di Giuliano Ferrara

Per una volta Massimo D’Alema l’aveva vista giusta, sebbene con le solite cattive intenzioni. Disse che invadere Baghdad era da parte degli occidentali un gesto, a parti rovesciate, corrispondente a un’invasione arabo-islamica di Parigi. Una risposta all’altezza dell’11 settembre, di quella mattina quieta e solare in cui un’avanguardia qaedista dell’Islam politico radicale aveva bombardato in nome di Dio Washington e New York, facendo 3 mila morti e portando il terrore al centro dell’impero.

11 settembre, 10 anni dopo

Per una volta Massimo D’Alema l’aveva vista giusta, sebbene con le solite cattive intenzioni. Disse che invadere Baghdad era da parte degli occidentali un gesto, a parti rovesciate, corrispondente a un’invasione arabo-islamica di Parigi. Una risposta all’altezza dell’11 settembre, di quella mattina quieta e solare in cui un’avanguardia qaedista dell’Islam politico radicale aveva bombardato in nome di Dio Washington e New York, facendo 3 mila morti e portando il terrore al centro dell’impero. Le chiese e le congregazioni potevano rispondere che il Dio è unico e che l’amore vince su tutto, sebbene il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona abbia poi attinto un livello teologico-politico di prim’ordine e di grande coraggio profetico, ma gli stati, le classi dirigenti alle quali è affidata la difesa del nostro modo di essere, pomposamente chiamato civiltà o sistema delle libertà occidentali, erano obbligate a una risposta diversa dal compromesso maligno, dalla logica di resa o dalla recita di un paternoster.

Lo sradicamento dei campi di Osama Bin Laden in Afghanistan fu la risposta immediata, e tattica, contro la quale sfilarono maree di pacifisti livellati dalla più stolta propaganda. Ma è intorno alla guerra in Iraq che fu combattuta la più feroce campagna di conquista delle diplomazie, delle cancellerie e delle opinioni pubbliche di questa parte di mondo in cui viviamo. La presa di Baghdad e l’eliminazione del suo signore, nel nome non già di Dio o del petrolio ma della costituzione e della libertà dei popoli, non fu una carneficina inutile o l’apertura, come dicevano i beautiful people, di una agenzia di arruolamento per terroristi; fu bensì l’esportazione del rischio e della democrazia politica, la prova che eravamo in vita, che la battaglia sarebbe stata lunga e dolorosa ma degna di essere combattuta, che la guerra al terrorismo e agli stati canaglia poteva essere vinta.

La Francia di Jacques Chirac si prese il carico oneroso di dividere l’Occidente, con una retorica pelosa e infida che opponeva il diritto dei popoli, ben tutelato da quel segretario salottiero e ambiguo dell’Onu che fu Kofi Annan, alla superpotenza tecnologica americana, da sempre odiata per vanità e grandeur. Lo stato francese dimostrerà poi con la guerra neocoloniale di Libia quanto diversa sia una campagna dai cieli che alimenta una guerra civile barbarica da una guerra di liberazione in cui i liberatori ci mettono la faccia, la vita, la immensa fatica di pacificare entro i limiti del possibile e di ricostruire in condizioni accettabili un paese fuorilegge, oppresso da 34 anni di sanguinaria e demenziale dittatura laica, ispirata alla caricatura del socialismo della specie araba.

Io detesto le ricorrenze, e tra queste la celebrazione dell’11 settembre nel decennale del grande dolore americano, se queste servono a dimenticare i torti di chi non ha agito quando era necessario agire, di chi ha cercato di boicottare la cosa giusta da fare, di chi sa esercitare soltanto l’arte della parola e del cuore quando è necessario usare la testa. «Delenda Carthago» disse in un fatale discorso di patriottismo imperiale Catone il Censore. E questa precisamente era la situazione alla vigilia della presa della capitale irachena. Il compromesso che isolava necessariamente il regime aggressivo di Saddam, e faceva pagare ai deboli i costi di un lungo embargo che ingrassava loschi affari in Occidente, mentre continuavano i massacri di curdi e sciiti e venivano nutriti i programmi di riarmo non convenzionale, non reggeva più. Dopo l’11 settembre era cambiato qualcosa di profondo, l’attacco sanguinoso al cuore del capitalismo liberale doveva trovare una replica di peso storico, anche (se d’obbligo) in una logica di multilateralismo volontario, una coalizione politico-militare con chi ci sta. E il segno, il contenuto della guerra, doveva esserne anche la giustificazione politica: eliminare un criminale internazionale era un risultato, ma l’effetto decisivo doveva essere quello di deterrenza e rinculo delle passioni folli che agitavano la umma islamica e i suoi settori puristi, dove il risveglio maomettano era teorizzato come risorsa di valore per un nuovo califfato.

La strategia di Bush, Cheney e Petraeus era all’altezza dell’11 settembre, e i Berlusconi e i Blair lo capirono e pagarono il costo di una decisione difficile, tutto il resto era fanfaluca, timore reverenziale, islamosudditanza coltivata nel segno della rinuncia occidentale a difendere la libertà dei cittadini, delle donne, delle minoranze oppresse da sistemi politici dell’irregimentazione, della polizia politica e del fanatismo religioso. Rievocare il più crudele attentato terroristico nella storia dell’umanità ha un senso soltanto se si consideri il sacrificio politico e umano che quel dolore ha santificato.

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