Il leader dei conservatori inglesi David Cameron
Dovevano essere le elezioni amministrative del benservito, del "good kicking", al Labour di Tony Blair. Sono state semplicemente le elezioni meno partecipate e tra le più contestate della storia britannica, con un'affluenza complessiva di circa il 40 per cento e una serie di polemiche (inedite per la Gran Bretagna) sulla lentezza e inefficienza dello spoglio.
Il partito laburista, a dispetto delle previsioni della vigilia, sembra essere riuscito a portare a casa la pelle evitando una rovinosa debacle nella rossa Scozia, i New Tories possono cantare vittoria e affilare le armi in vista dell'assalto a Downing street nel 2009 ed Alex Salmond , il leader indipendentista e populista dello Scottish National Party (Snp), ha registrato un'affermazione (+16 seggi) che gli consentirà di continuare a sventolare il vessillo del referendum sull'indipendenza.
Tutti possono dirsi moderatamente soddisfatti: meno Tony Blair; di più, naturalmente, David Cameron , il volto nuovo e sbarazzino dei conservatives, il leader quarantenne che si è dimostrato capace di trasformare in pochi anni un partito dall'immagine un po' bollita in un soggetto politico dinamico, frizzante e persino anti-autoritario. Dicono che Cameron assomigli al Blair di dieci anni fa: giovanile, eretico rispetto all'austerità vittoriana dei vecchi leader Tory come il lugubre John Major, persino un po' liberal. Nel 2009-2010, alla scadenza della legislatura, dovrà vedersela con lo scozzese Gordon Borwn , il successore di Blair e ministro laburista artefice del miracolo economico della Gran Bretagna, di cui però gli inglesi con deliziosa ironia dicono: "Non perde mai occasione per stare zitto". Soprattutto sulla guerra in Iraq, il vero nervo scoperto dell'azione di governo di questi anni.
Il premier britannico Tony Blair
Il Labour (che pure ha garantito negli ultimi dieci anni una crescita economica senza pari in Europa) non può certo esultare . Forse ha evitato la catastrofe, ma il 27% dei consensi nelle elezioni amministrative dell'Unione (si è votato ovunque, salvo che in Irlanda del Nord e a Londra) sono un magro risultato se rapportato al 41% dei conservatori. Insomma: se si votasse oggi, l'ormai invecchiato new Labour sarebbe sonoramente battuto dagli uomini di Cameron, che tradizionalmente hanno la loro roccaforte nella sola Inghilterra (51 milioni di abitanti), mentre arrancano nelle periferie industriali del nord. Eppure, il 27% dei voti sono di più di quanto i dignitari laburisti si attendessero. E in fondo in Scozia, regione autonoma dal 1999 e tradizionale roccaforte di sinistra, il Labour è diventato sì il secondo partito, ma solo per un seggio. Lo spauracchio di Alex Salmond, una specie di Umberto Bossi in gonnella a scacchi, fa insomma un po' meno paura. Può continuare a chiedere, un giorno sì e l'altro pure, il referendum per l'indipendenza nazionale, ma l'avanzata (30% circa) del suo Scottish National Party (Snp) - ha detto a Panorama.it William Ward, giornalista londinese - è stata determinata più da una generica voglia di cambiamento che dalla credibilità del progetto secessionista. "La Scozia - dice Ward - è un po' come l'Emilia Romagna in Italia: una regione rossa che da ottant'anni è governata dalle sinistre. Ma è anche un po' come la Sicilia: un'area dove ogni cittadino riceve dallo Stato circa 15 milioni di euro, contro i dieci medi per noi inglesi". Se le cose stanno così, è difficile immaginare che le favorevoli condizioni tributarie degli scozzesi (5,5 milioni di abitanti) li inducano davvero a seguire fino alle estreme conseguenze le sirene secessioniste del populista Scottish National Party.
Il leader indipendentista scozzese Alex Salmond
C'è poi un elemento sul quale i media inglesi invitano a riflettere. In queste elezioni amministrative è stato sperimentato con scarso successo il voto elettronico. Si è votato persino via sms e nei supermercati. E' stato un flop: scandali, riconteggi, sospetti di losche manovre governative, ritardi nella trasmissione dei dati. Un mezzo choc per la compassata opinione pubblica britannica. Abituata da secoli, come ci dice sempre Ward, al regime efficiente dell'alternanza e a considerare i politici come i taxi. Li si prende e poi si scende. Per gli standard inglesi dieci anni di laburismo (a prescindere dai suoi straordinari successi economici) cominciano a essere troppi. Lo si è visto anche dalla bassissima affluenza alle urne. David Cameron scalda i motori. A partire da queste elezioni.
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