Ufficialmente la Nato ha rinnovato l’impegno militare in Libia fino al 27 dicembre e resterà al fianco degli insorti finche "iò che resta delle forze di Gheddafi sarà ancora in grado di minacciare i civili come ha affermato a Tripoli il ministro della Difesa britannico Liam Fox. Nei fatti però tutti i Paesi che hanno assegnato forze militari all’operazione della Nato Unfied Protector stanno riducendo aerei e navi. I francesi hanno ormai ritirato gran parte dei velivoli e la portaelicotteri Tonnerre lasciando a Sigonella solo cinque 5 cacciabombardieri Rafale.
Londra ha richiamato i caccia Typhoon lasciando nella base pugliese di Gioia del Colle i bombardieri Tornado impegnati ogni giorni a colpire le forze lealiste a Sirte, Bani Walid e nelle altre roccaforti ancora fedeli a Gheddafi. Anche l’Italia ha ridotto alla sola nave d’assalto anfibio San Giusto , ammiraglia della flotta Nato, la componente aerea navale assegnata alla missione e a soli 5 aerei i velivoli contro i 12/14 resi disponibili fino a settembre.
A ben guardare però i velivoli alleati hanno ridotto solo di poco l’attività. Le sortite (cioè missioni di singoli velivoli) sono scese da 110/120 al giorno a 85/90 in un’operazione che dal 31 marzo all’8 ottobre ha visto i jet della Nato effettuarne 25.280 delle quali quasi 9.500 da attacco. Nonostante l’ottimismo espresso dai vertici alleati e del Consiglio Nazionale di Transizione in questi ultimi giorni ancora un terzo delle operazioni aeree alleate sono di attacco (28 sortite su 86 l’8 ottobre, 28 su 92 il giorno precedente) a conferma che le milizie del Cnt non possono fare a meno del supporto alleato neppure ora che i lealisti sembrano ormai spacciati combattenti di “una causa persa” come l’ha definita il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen.
Nonostante l’ottimismo ostentato dalla Nato e dai dirigenti del Consiglio Nazionale di Transizione la guerra non sembra vicina alla conclusione. A Sirte i lealisti oppongono una resistenza definita “straordinaria” dagli stessi comandanti degli insorti che assediano la città da un mese e solo negli ultimi giorni sono riusciti a penetrarvi. I lealisti tengono duro da oltre un mese anche a Bani Walid e lanciano inaspettati contrattacchi nell’area di Zuara, 130 km a sud ovest di Tripoli mentre nel deserto del Fezzan avrebbe arruolato 12 mila miliziani tuareg. Le difficoltà del Cnt sono state sottolineate anche dal sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica al Forum internazionale di Taormina . "Quelli di Bengasi non riescono a trovare un accordo con i tripolini, con i berberi e con quelli di Misurata. Per non parlare delle tribù che sostengono ancora Gheddafi: i Qaddafa, i Warfalla, i tuareg, mentre un terzo del paese è ancora in mano ai lealisti".
A dare una mano ai lealisti contribuiscono le debolezze degli insorti incapaci di costituire un governo, minati dalle rivalità tribali e dalle tensioni militari che stanno montando tra laici e islamisti a Tripoli, dove il Cnt ha costituito una forza per l'ordine pubblico di 22 mila uomini guidata da Abdullah Ahmed Naker, vicino al presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil. L’iniziativa non è piaciuta a Abdulhakim Belhajh, capo del Consiglio militare della capitale e leader dei gruppi islamisti (in buona parte reduci del Gruppo Combattente Islamico Libico legato ad al-Qaeda) il quale minaccia di scatenare "il terrore"' per le strade di Tripoli. Il rischio è quindi che se il Cnt non si dimostrerà in grado di garantire stabilità e governabilità molti libici potrebbero finire col rimpiangere Gheddafi, al momento rifugiatosi forse nel deserto al confine col Niger, forse a Bani Walid.
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Gianandrea Gaiani, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa , collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane
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