È un uomo di profondità. E non solo perché l’ammiraglio Giampaolo Di Paola ha costruito la sua carriera sui sommergibili. Il comandante del comitato militare della Nato è un fine stratega ed esperto di diplomazia e con lui Panorama discute delle sfide che la comunità internazionale affronterà nel 2009 che si è appena aperto.
Ammiraglio Di Paola, la Nato sta per compiere 60 anni. Dopo la caduta del Muro si disse: missione compiuta. Poi vi fu l’11 settembre. La missione è un’altra?
La Nato si adatta alle nuove realtà e ai nuovi scenari, non ha bisogno di darsi un ruolo, è un’organizzazione di successo, rappresenta il link tra i due lati dell’Atlantico, è un perno del sistema di sicurezza internazionale. Il summit del sessantesimo anniversario non sarà solo una celebrazione, ma anche l’occasione per continuare la trasformazione dell’Alleanza Atlantica che affronta le sfide della globalizzazione, del terrorismo, delle armi di distruzione di massa, in generale le sfide che presentano i "non government space", gli spazi non governati.
La Nato ha il suo banco di prova in Afghanistan: c’è chi immagina un disimpegno o un fallimento della campagna militare. Possibile?
No, non è immaginabile perché l’Afghanistan è una "top priority" dell’Alleanza. Priorità della comunità internazionale, delle Nazioni Unite, dell’Europa, c’è un preciso impegno affinché l’Afghanistan, governato dagli afghani, sia un paese in grado di gestire la propria sicurezza e diventi un partner affidabile per la famiglia della comunità internazionale.
In Iraq in questo momento ci sono 165 mila soldati, in Afghanistan 65 mila. Un salto numerico lampante. La Nato chiede più truppe. Sarà sufficiente?
Proprio perché la comunità internazionale e l’Alleanza hanno ribadito la centralità della missione in Afghanistan, il suo ruolo strategico, c’è la necessità di rafforzare il "commitment", la volontà di rafforzare e confermare gli impegni. L’Afghanistan preoccupa per le attività di quelle forze che si oppongono al governo. Il 2009 sarà un anno di svolta per la missione, sarà l’anno delle elezioni e quindi ci deve essere un impegno della comunità internazionale affinché si svolgano regolarmente. In questo contesto è necessario aumentare la presenza internazionale a sostegno delle forze afghane, perché le elezioni possano svolgersi in maniera soddisfacente e la sicurezza aumenti. Siamo lì per il popolo afghano, non per altri motivi.
Può dare una cifra della dimensione ideale di forze sul campo?
Innanzitutto, non si può guardare solo alle forze numeriche: qui si parla di sforzo congiunto tra le forze internazionali e quelle afghane (esercito e polizia) che sono il primo responsabile della sicurezza nel Paese. Le forze afghane si aggirano intorno ai 180 mila uomini, il problema non è tanto nel numero, ma nella qualità. Lo sforzo fondamentale della comunità internazionale è quello di accrescere le forze afghane, la qualità e capacità di essere responsabili della loro sicurezza che è solo uno dei pilastri, gli altri sono quello della ricostruzione e della governance, tutti insieme rappresentano la nostra strategia comprensiva.
La strategia di "surge" del generale David Petraeus in Iraq ha funzionato. Ma il comandante del Centcom ha spiegato che non è replicabile in Afghanistan. Condivide?
Condivido. Ogni Paese ha una sua specificità e richiede una diversa strategia. In questo momento per l’Afghanistan c’è la strategia del "comprehensive approach", che si basa, ripeto, su tre pilastri: sicurezza, governance, ricostruzione e sviluppo. Questa è la strategia. Il problema è implementarla in tutti i suoi pilastri, questo credo che voglia dire il generale Petraeus.
Il Pakistan, come dimostra l’attentato di Mumbai, è sempre un punto chiave della guerra al terrorismo. Saranno incrementate le operazioni militari al confine con l’Afghanistan?
Il discorso del confine, in effetti, permette di mettere a fuoco il quarto pilastro di questa strategia, l’approccio regionale alla soluzione del problema afghano, un contesto regionale fatto certamente in primo luogo dal Pakistan, ma anche dagli altri paesi confinanti. È importante evitare che si creino delle sacche di spazio non governato per le forze del terrorismo. Attualmente questo spazio si sviluppa al confine, là bisogna agire in maniera coordinata tra Pakistan, Afghanistan e comunità internazionale. Non è solo una questione militare, bisogna aiutare lo sviluppo delle zone Fata (zone federali tribali, ndr) in Pakistan. Noi abbiamo avuto il generale Ashfaq Pervez Kiani ospite al comitato militare della Nato di novembre e ci ha detto chiaramente che la strategia pachistana per riportare sicurezza, stabilità e sviluppo nella regione del Nord-Ovest è una strategia di lungo periodo che non può essere basata solo sui militari. Anche per quelle zone serve una strategia comprensiva.
Il generale Petraeus, come comandante del Centcom, è preoccupato per il nucleare iraniano. Teheran continua nella strategia del talk and build, parla e intanto costruisce la bomba?
La comunità internazionale sta perseguendo una politica di non proliferazione del nucleare, che deve essere pacifico e controllato. Non c’è dubbio che l’Iran sia un elemento di forte preoccupazione.
Perché l’ombrello missilistico sull’Europa viene descritto come una necessità per la difesa del Vecchio continente?
Perché c’è un rischio chiamato proliferazione delle armi di distruzione di massa e il rischio della proliferazione dei mezzi di trasporto di queste armi, i missili balistici. Dobbiamo saper guardare al futuro e premunirci contro queste potenziali minacce. In questo senso, i capi di stato di governo hanno riconfermato l’esigenza che ci sia e si sviluppi la difesa dello spazio dalla minaccia missilistica. Naturalmente è tutto da studiare nelle opzioni e nei tempi, ma il rischio c’è ed è una realtà di cui bisogna tener conto.
Ci sono state delle tensioni con l’antagonista di un tempo che si è risvegliato: la Russia. Ha incrementato la spesa militare e varato la dottrina delle sfere d’influenza. Finiti i tempi delle esercitazioni comuni, si torna al clima da Guerra fredda?
L’Alleanza e i suoi governi hanno detto chiaramente di non voler tornare a un clima di Guerra fredda o da cortina di ferro. Naturalmente anche la Russia deve avere un atteggiamento altrettanto costruttivo. Quello che è successo nell’estate del 2008 in Caucaso non può passare inosservato e i governi dell’Alleanza hanno espresso una forte critica, quindi c’è stata una fase di raffreddamento dei rapporti. A dicembre i ministri degli Esteri dell’Alleanza hanno dato mandato al segretario generale di iniziare un nuovo approccio, "misurato e fasato". C’è stato un incontro tra il segretario generale e l’ambasciatore russo presso la Nato, ritengo che all’inizio di quest’anno vedremo farsi concreto questo processo di riavvicinamento. Da parte della Russia ci vuole un atteggiamento misurato e responsabile anche nel Caucaso, proprio per gli impegni che ha preso con la Comunità europea e in particolare con il suo presidente di turno. La Nato riconosce nella Russia un giocatore strategico, noi non vogliamo che diventi un antagonista strategico, ma anche la Russia deve fare che i rapporti ritornino com’erano prima dei fatti di agosto. Se questo quadro politico si realizza, presumo che anche le attività militari comuni possano riprendere.
Petraeus ha elogiato il lavoro di addestramento delle forze irachene svolto dai carabinieri in Iraq, ha detto che lavorare con loro è come giocare a basket con Michael Jordan. Ma l’Italia avrà un modello di difesa fatto solo di peacekeeper o sarà più completo?
Quello che posso dire e debbo dire è che l’Italia è un paese importante dell’Alleanza Atlantica, da cui ci aspetta una capacità di ampio respiro.
Vero, ma gli stanziamenti per la difesa in Italia continuano a essere insufficienti: in questa finanziaria solo lo 0,85 per cento del pil. Molti comandanti hanno parlato di ipotesi di riduzione delle missioni. Qual è il punto di vista della Nato?
L’Alleanza pone a tutti i paesi come traguardo l’esigenza di avere delle risorse coerenti con le capacità che collettivamente abbiamo deciso di sviluppare. L’Italia è un paese di rilievo e deve fare la sua parte. L’Alleanza pone come traguardo di riferimento il 2 per cento del pil, poi naturalmente ci sono condizioni di difficoltà, ma il percorso è quello. E vale per tutti.
Nonostante i pochi mezzi, i soldati italiani si distinguono per il loro lavoro.
L’Alleanza e gli alleati giudicano l’operato dei soldati italiani molto positivamente, sia per le loro capacità militari, sia per la capacità di attuare sul campo la strategia comprensiva che richiede non solo se necessario l’uso della forza, ma la capacità di interfacciarsi con le realtà locali, rispettandole. È un atteggiamento responsabile ed efficace.
Il 20 gennaio comincia negli Stati Uniti la presidenza di Barack Obama, che ha confermato Robert Gates segretario al Pentagono e promesso un forte impegno nella lotta al terrorismo. Cosa si attende dal partner americano?
La nostra attesa è che possano, in un quadro di multilatelarità, riprendere il loro ruolo di leadership nell’Alleanza, un ruolo nelle Nazioni Unite e lavorino insieme all’Europa per favorire le relazioni tra le organizzazioni internazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante dell’Alleanza.
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