Il premier kosovaro Agim Cheku lo ha ribadito a chiare lettere al Foreign Office londinese: se i colloqui con Belgrado sulla definizione dello status del Kosovo dovessero fallire, Pristina dichiarerà unilateralmente l'indipendenza dalla Serbia senza attendere ulteriori trattative in seno alla Troika, l'organismo composto da Stati Uniti, Ue, Russia chiamato a trovare entro il 10 dicembre una soluzione sullo status dell'ex provincia serba. Cheku sa di essere spalleggiato dagli Stati Uniti, ma l'eventuale nascita di uno Stato indipendente nei Balcani, senza l'accordo di Mosca, avrebbe conseguenze durature nel medio-lungo periodo.
Per l'Onu e per il Consiglio di Sicurezza, bloccato dal veto russo, uno scenario di questo tipo avrebbe il sapore della debacle, dell'ammissione della propria irrilevanza, quasi la riedizione del clamoroso fallimento del 1999, quando fu la Nato, considerata la contrarietà della Russia in seno al Consiglio di Sicurezza, a porre fine manu militari al genocidio perpetrato dalle truppe di Milosevic. Per Belgrado, un Kosovo indipendente rappresenterebbe la fine del sogno di una Serbia unita e forse l'inizio di un incubo di revanche che potrebbe riportare al potere, sotto altre vesti, gli eredi dell'ultranazionalismo militante. Per i Balcani una dichiarazione di indipendenza unilaterale da parte di Pristina produrrebbe un effetto domino e richierebbe di destabilizzare l'area, a partire proprio dalla Bosnia dove esiste una Repubblica Srpska da sempre desiderosa di riunificarsi con la Serbia ma anche un'area abitata prevalentemente da croati che non hanno mai fatto mistero dei loro obiettivi. Infine, per Mosca, un Kosovo indipendente e di fatto filoamericano sia pure sotto sorveglianza sarebbe un duro colpo all'immagine di invincibilità putiniana (conquistata anche grazie alla corsa del prezzo del petrolio): un'ipotesi da guerra fredda strisciante che renderebbe ancor di più i Balcani, a diciotto anni dal crollo del Muro, il nuovo terreno di scontro tra americani e russi.
La questione è diversa se vista dal punto di vista di Europa e Stati Uniti. Washington è da sempre favorevole all'indipendenza anche a prescindere dai colloqui in seno all'Onu e ha fretta di chiudere la partita dell'indipendenza del Kosovo perché lo considera potenzialmente un avamposto strategico in un'area di possibile influenza russa e uno Stato chiave in mezzo alle rotte commerciali balcaniche. La diplomazia europea, che pure in maggioranza è indipendentista, è favorevole invece al compromesso all'interno dell'Onu ma, da un eventuale fallimento delle Nazioni Unite, potrebbe paradossalmente anche uscirne rafforzata, con un ruolo diplomatico di prim'ordine nei Balcani conquistato anche grazie al vuoto politico lasciato dall'impotenza delle Nazioni Unite. È uno scenario che contiene però molti rischi per Bruxelles ma che non troverà impreparata la diplomazia europea: il responsabile della politica estera dell'Unione, Javier Solana, se la trattativa Onu fallisse a causa della tattica dilatoria di Mosca, ha già dichiarato che l'Europa dovrà prepararsi a inviare in Kosovo una propria missione di polizia al posto di quella Unmik dell'Onu (solo 40 osservatori militari e 2.116 poliziotti).
Il countodown è iniziato: nell'ex provincia serba (dove circolano circa quattrocentomila armi leggere in mano agli ex combattenti dell'Uck) si vota il 17 novembre prossimo e la minoranza serba, spalleggiata da Belgrado e di fatto anche da Mosca, ha già fatto sapere che boicotterà le consultazioni perché terrorizzata dall'ipotesi di un Kosovo dominato dall'etnia albanese. La dead line per un accordo in extremis Pristina-Belgrado è fissata dal segretario generale dell'Onu, il coreano Ban Ki-moon, per il 10 dicembre prossimo, la data entro la quale Stati Uniti, Russia e Ue dovranno presentare un piano dettagliato di accordo sulla natura dello status del Paese.
Dopo il fallimento del piano del finlandese Matisahaari , Antonio Cassese, già presidente del Tribunale sui crimini nella ex Jugoslavia, si è espresso a favore (almeno in una fase transitoria) di uno stato indipendente, ma confederale all'interno di una più vasta unione serbo-kosovara, con la politica estera e la difesa delle frontiere spettanti alla Confederazione. Ma è solo un'ipotesi, accanto a quella del modello Hong Kong (una città Stato cinese dotata di un'autonomia molto forte), perché non ci sono ragioni di ottimismo nella Troika. In tutta questa partita, Mosca sarebbe anche pronta a calare un'arma economica per sostenere le ragioni dei fratelli slavi che si battono contro l'indipendenza del Kosovo: quella di Gazprom, il gigante petrolifero russo che ha in serbo di costruire un gasdotto per convogliare il gas dalla Bulgaria verso Austria e Italia, passando per la Serbia. Secondo il giornale belgradese Danas , dietro l'accelerazione impressa da Gazprom sul fronte serbo si staglia in questi giorni l'ombra del Cremlino, deciso a incassare i dividendi economici del sostegno a Belgrado contro qualsiasi ipotesi di indipendenza.
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