Chi l'ha conosciuto, racconta che è “bello come una star hollywoodiana,” che ogni volta che entra in una stanza si voltano d'istinto non soltanto le donne, ma anche gli uomini. Che il suo sguardo - intriso di autorità, fascino e astuzia - ha indotto persino i militari più austeri a dubitare della loro eterosessualità.
I classici aneddoti agiografici da folklore di guerra. Eppure qualcosa di reale ci deve essere (se non altro, le poche foto in circolazione confermano una certa avvenenza), se è vero che la fuga di questo generale ha gettato nello scompiglio la Siria: da un lato il regime, tradito, e per giunta da una delle sue figure più carismatiche; dall'altro i ribelli, che l'hanno accolto quasi fosse un eroe, non un nemico dalle mani sporche di sangue; e infine l'esercito, orfano di un capo carismatico (anche se la struttura militare siriana è concepita in modo tale che tutti siano facilmente rimpiazzabili).
Eppure la vicenda di Manaf Tlass, generale siriano che è fuggito prima in Turchia e poi a Parigi, è zeppa di zone d'ombra e circostanze da chiarire.
Classe 1964, Manaf Tlass era uno dei leader della Guardia Repubblicana, le truppe di élite guidate da Maher al-Assad, lo spietato fratello minore del presidente, che a partire dal marzo del 2011 hanno represso le rivolte nel sangue, aiutati da squadroni di teppisti in abiti civili, i celebri shabiba (fantasmi). Non solo: era anche un amico intimo di Bashar al-Assad, i due - nati a un anno appena di distanza - sono praticamente cresciuti insieme, e fino a poco tempo fa si facevano vedere allo stesso tavolo nei ristoranti più chic di Damasco.
Il padre di Manaf, Mustafà Tlass, è stato uno degli alleati più fedeli di Hafiz al-Assad, padre e predecessore di Bashar, nonché demiurgo del regime attuale. Quando Hafiz fu tradito dal fratello minore (Rifaat al-Assad, che nel 1983 tentò un golpe mentre il primo giaceva in un letto di ospedale) Tlas padre fu tra i pochissimi dei suoi colonnelli a non voltargli le spalle. Quando Hafiz morì, fu lui a spianare la strada per la successione di Bashar: prima prendendolo sotto la sua ala protettrice e iniziandolo alle Forze Armate, poi eliminando - letteralmente, in alcuni casi - i nemici interni al regime.
Il legame, personale e generazionale, tra Bashar e Manaf Tlas faceva parte di un preciso disegno politico. Quando salì al potere, nel 2000, Assad figlio si curò di sostituire la vecchia classe dirigente con una nuova guardia, composta prevalentemente da suoi coetanei. L'obiettivo era da un lato svecchiare la nazione, dall'altro creare un sistema di potere composto da individui fedeli al nuovo presidente, che si sentissero legati ad esso da una visione del mondo comune e dal senso di riconoscenza. Contemporaneamente, Bashar non desiderava sconvolgere eccessivamente gli equilibri della nazione e, di conseguenza, offrì a molti degli anziani notabili una onorevole via di uscita: tu, che eri fedele a mio padre, lascia il tuo posto, e io lo consegnerò a tuo figlio, che sarà fedele a me.
La famiglia Tlas non ha fatto eccezione.A lungo è stato il più eminente clan sunnita, un un regime altrimenti dominato dagli sciiti alawiti.
E così, quando Manaf ha lasciato Damasco in gran segreto, la scorsa settimana, la sua defezione si è prestata a molte interpretazioni. Perché ha tradito il suo vecchio amico d'infanzia? Perché ha abbandonato il regime di cui, dopotutto, è egli stesso una creatura?
Sul suo movente, circolano tre interpretazioni. La prima, e la più ovvia, è che il regime è spacciato: “Manaf è un topo che abbandona la barca che affonda,” scrive sul giornale libanese Al Akbar, l'intellettuale marxista As'ad Abu Khalil.
La seconda, è di carattere etnico-religioso. La defezione dei Tlas indicherebbe che il conflitto è cambiato: non più sostenitori di Assad contro i ribelli, bensì uno scontro tribale tra sunniti e sciiti. “I Tlas erano la chiave di volta dell'alleanza tra sunniti e sciiti che per quarant'anni ha cementato il regime,” ha commentato sul suo blog Joshua Landis, uno dei massimi esperti di Siria.
Infine c'è chi sostiene che la fuga in Francia di Manaf Tlass è soltanto il culmine di un lungo processo di defezione iniziato in realtà più di un anno fa, con l'inizio delle rivolte e delle conseguenti repressioni nel sangue. In un comunicato trasmesso ai media venerdì, lo stesso generale dichiara di non avere mai approvato “la violenza ingiustificata e i crimini del regime Assad” e di essere stato “progressivamente estromesso dalle mie funzioni.” Alcune fonti riportano che Tlass era da mesi agli arresti domiciliari: più che lasciare per scelta, in somma, sarebbe stato cacciato dal regime.
Sui media occidentali saltano fuori ricostruzioni secondo cui, fin dall'inizio delle rivolte, Manaf avrebbe accusato in privato Bashar di “stare trascinando il Paese all'inferno.” Si dice che abbia tentato di mediare con i ribelli, che si sia opposto alle violenze del suo comandante Maher, e che per questo i servizi segreti lo tenessero sott'occhio da mesi, che fosse addirittura agli arresti domiciliari.
Dunque Manaf non ha le mani sporche di sangue, e per lui c'è già un posto pronto nella Siria del dopo-Assad: “Molti nell'opposizione lo vedono come qualcuno che non è stato coinvolto dai massacri e ritengono che possa svolgere un ruolo importante nella transizione,” si legge nel sito della Bbc.
Tlass, del resto, è un uomo amato dal popolo. Si racconta che mentre la Guardia Repubblicana puntava i fucili contro i manifestanti, sotto gli occhi dei due suoi generali, la folla abbia inneggiato al nome di Manaf, mandando su tutte le furie l'irascibile Maher. Un aneddoto riportato anche dalla Bbc, ma che, proprio come le leggende sul fascino irresistibile, sa un po' troppo di folklore rivoluzionario.
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