di Pino Buongiorno
Le sanzioni finanziarie già adottate dalla comunità internazionale e il prossimo embargo totale del petrolio, che scatterà il 1° luglio, stanno mettendo alle corde il regime iraniano e i suoi programmi nucleari. Agli importatori europei di greggio dall’Iran è praticamente impossibile onorare i contratti ancora in vigore perché, dal 15 marzo scorso, le banche iraniane sono state sospese dal sistema Swift che funge da piattaforma di comunicazioni, prodotti e servizi fra le istituzioni finanziarie internazionali. Di qui la decisione dei dirigenti di Teheran di non vendere più petrolio a Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna e Grecia. Il prossimo bersaglio sarà l’Italia.
Contemporaneamente tutte le raffinerie e compagnie petrolifere dell’Ue stanno riducendo gli acquisti dalla Repubblica islamica. L’Italia, uno dei paesi più dipendenti dal regime sciita, ha per esempio tagliato la quota di import dal 13,7 per cento del 2011 all’11,4 per cento dei primi due mesi del 2012, secondo i dati elaborati dall’Unione petrolifera. La società di navigazione Petro-Logistics ha calcolato che a marzo le esportazioni iraniane sono diminuite di 300 mila barili al giorno con la stima che ad aprile scenderanno ancora: - 500 mila barili al giorno. Se questo trend sarà confermato, l’Iran vedrà ridursi di quasi la metà i suoi ricavi: da 97 miliardi di dollari nel 2011 a 50 miliardi quest’anno.
Come Panorama aveva già anticipato, è l’Arabia Saudita ad avere aumentato la propria produzione di greggio pesante e ad alto contenuto di zolfo (Arabian medium), quello che più si avvicina all’Iranian heavy, finora raffinato dagli impianti italiani. Nel nostro Paese, per esempio, nei primi due mesi del 2012 la quota saudita ha superato quella dell’Iran e della Libia ed è seconda solo alla Russia.
Il presidente Mahmoud Ahmadinejad sta cercando di tappare le falle con una duplice strategia. Da una parte ha autorizzato l’avvio di un nuovo "dialogo" con l’Occidente, affidandolo al negoziatore nucleare Said Jalili. Dall’altra sta imprimendo una forte accelerazione al contrabbando di petrolio, in partenza dal terminale dell’Isola di Kharg. La tecnica più comune è quella di nascondere la destinazione delle forniture attraverso l’oscuramento dei sistemi di gps a bordo di quasi tutti i 39 cargo della flotta iraniana (Nitc). Non solo: a chi si assume il rischio di acquistare il greggio, la National iranian oil company (Nioc) offre forti sconti su trasporti, assicurazioni e condizioni di pagamento. Gli acquirenti sarebbero quasi tutti asiatici: indiani, soprattutto, ma anche sudcoreani e cinesi. In pratica lo sconto è pari almeno al 10 per cento del valore di ogni supercargo che trasporta 2 milioni di barili, vale a dire da 15 a 20 milioni di dollari.
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