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Rivolta e repressione: il Tibet è sigillato

Le autorità di Pechino chiudono le frontiere e schierano truppe aggiuntive lungo le arterie principali e a Lhasa. Si temono nuovi scontri nelle principali città in vista dell'anniversario della rivolta del 1959. 1200 le persone scomparse negli ultimi mesi, denuncia un rapporto vicino all'opposizione tibetana. LEGGI ANCHE: Storia del Tibet in 30 righe  

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di Redazione

LEGGI ANCHE: Storia del Tibet in 30 righe

Si fa di nuovo esplosiva la situazione in Tibet. Temendo una nuova ondata di proteste in vista del 50/o anniversario della fallita rivolta del 1959 contro gli occupanti cinesi, le autorità di Pechino hanno sigillato le frontiere schierando truppe aggiuntive lungo le arterie principali, a Lhasa e nelle altre città più importanti.  Le date 'sensibili'   sono quella del 10 marzo, 50/o anniversario della fallita rivolta finita con la fuga del Dalai Lama in India, quella del 14 marzo, che segna un anno dai moti di Lhasa , e quella del 28 marzo, quando è stata indetta dal governo di Pechino una festa per celebrare l'inglobamento del Tibet nella Repubblica Popolare Cinese.

I primi segnali ci sono tutti. A Golog, città della provincia di Qinghai, nella Cina occidentale, alcuni manifestanti tibetani hanno lanciato bottiglie molotov contro un'auto della polizia e un mezzo dei vigili del fuoco, senza causare vittime. A provocare la reazione della numerosa minoranza tibetana era stato il fermo di un residente a un posto di blocco della polizia cinese. Prosegue anche l'ondata di rastrellamenti da parte delle autorità, sempre più numerosi da quando sono finite le Olimpiadi.  Più di 100 monaci del monastero tibetano di An Tuo, nella provincia cinese di Qinghai, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del Capodanno tibetano, il 25 febbraio.  Gli arresti sono stati 109 sui circa 300 monaci che vivono abitualmente nel monastero. I monaci di An Tuo hanno aggiunto che domani, 50/mo anniversario della rivolta tibetana che si è conclusa con la fuga in India del Dalai Lama, potrebbero verificarsi altre proteste. La polizia cinese ha anche fermato e poco dopo rilasciato due giornalisti italiani  al confine con il Tibet. Uno dei fermati, il corrispondente di Sky Tg24 Gabriele Barbati, ha testimoniato: "All'inizio hanno cercato di spaventarci - ha raccontato il giornalista - ma la nostra preoccupazione era soprattutto per il nostro autista. Ai locali la Polizia riserva sempre un trattamento 'diverso' rispetto agli stranieri. Per fortuna alla fine hanno rilasciato anche lui".

 

Le associazioni dei tibetani in esilio intanto lanciano l'allarme. Sarebbero oltre 1.200 i tibetani, tra cui decine di monaci e bambini, scomparsi dopo l'ultima, sanguinosa, repressione cinese nella regione, nel marzo 2009: l'allarmante dato è contenuto nel rapporto (leggi qui ) stilato da uno dei gruppi legato all'opposizione tibetana, 'International Campaign for Tibet '. Portati via in piena notte, incriminati sulla base di vaghe accuse di separatismo, migliaia di tibetani l'anno scorso finirono nelle carceri cinesi e alcuni non sono più tornati. Il documento arriva alla vigilia dell'atteso discorso del Dalai Lama, che domani parlerà in occasione del 50esimo anniversario della fallita rivolta del 1959, che costrinse alla fuga il leader spirituale tibetano. Il rapporto, basato su materiale vietato in Cina e su resoconti di testimoni rimasti anonimi per ovvie ragioni di sicurezza, parla di "brutali torture" subite dagli arrestati, "a cui veniva infilato il bamboo nelle unghie o legate e percosse le dita".

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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