"Cambiare tutto per non cambiare nulla": sembra questo il motto di Bashir Al Assad dopo le proteste in Siria .
"Cambiare tutto", perché c'è una popolazione che ha visto Al Jazeera e ha scoperto che le rivoluzioni possono avere successo; "non cambiare nulla" perché c'è il rischio che in Siria scoppi una guerra civile tra gruppi religiosi ed etnici.
Per ora la finzione gattopardesca regge. Assad ha prima cambiato il governo e poi, nel suo discorso di giovedì, ha recitato la solita parte del leader che vorrebbe fare riforme radicali, ma non può, perché il vecchio establishment del partito glielo impedisce e il paese non è pronto. In Siria c'è chi ci crede o finge di farlo per paura, soprattutto tra le minoranze religiose. Gli Alauiti , in particolare, hanno tutto da perdere dalla caduta di un regime in cui, pur essendo solo il 10% dei Siriani, la fanno da padrone. Nel contempo i cristiani e l'alta borghesia damascena temono che, dopo Assad, ci possa essere la vendetta dei sunniti più integralisti contro di loro.
Assad resiste perché è ancora l'unica garanzia che la guerra civile non diventi realtà; e per avere il consenso dei siriani, il presidente prima li divide e poi li convince a farsi comandare.
Il regime cerca infatti di alimentare le divisioni tra gruppi religiosi rivali presenti in piazza, per poi recitare la parte del pacificatore e del salvatore della concordia nazionale, piuttosto che del repressore della democrazia.
Ad esempio c'è chi giura di avere visto alcuni cecchini sparare indifferentemente a manifestanti lealisti (soprattutto alauiti) e rivoluzionari (specialmente sunniti) a Latakia ed Homs.
Ma il partito usa anche la propaganda. In questi giorni la televisione siriana continua a trasmettere le immagini del presidente con i capi delle minoranze religiose, lasciando intendere che, senza Assad, questa tolleranza religiosa potrebbe finire.
Assad resiste perché non è Mubarak o Ben Ali. Il rais è ancora molto popolare in Siria, sia per la sua politica ostile a Israele, sia perché è riuscito a far credere a molti che, se dipendesse solo da lui, le riforme sarebbero più incisive.
Per questo motivo la rabbia dei siriani è rivolta soprattutto contro il suo “circolo” di potere: un gruppo formato dai generali alauiti, dagli imprenditori vicini al governo e dai gerarchi del partito, gente spesso corrotta e gelosa dei privilegi acquisiti.
In questo contesto Assad può vestire i panni dell'innovatore, giocare la carta del cambio di governo e, a differenza di Mubarak o Ben Ali, risultare credibile. Infine, i siriani sanno che mettersi contro il regime significa anche sfidare l'esercito. I generali, spesso alauiti, sono fedeli al rais non solo per convenienza, ma anche per legami etnici e di sangue. Perciò è molto difficile per loro tradire Al Assad e schierarsi con i rivoltosi, più di quanto lo fosse per i generali egiziani o tunisini.
Tuttavia l'unità tra esercito e partito che ha finora garantito il potere di Assad, potrebbe rivelarsi un boomerang per il regime. Il pugno di ferro, infatti, sta rompendo i tradizionali legami tra regime e società. Ad esempio, la repressione nei sobborghi di Damasco e a Daraa ha messo in crisi la fedeltà delle tribù beduine, spesso legate ai residenti di queste aree da vincoli familiari. Lo stesso è accaduto a Banias e Latakia, dove la repressione violenta ha portato una parte degli Alauiti, molto presenti nella zona, a unirsi ai sunniti nelle manifestazioni di piazza.
Le rivolte stanno unendo i siriani più di quanto la propaganda di regime abbia fatto in quarant'anni di potere.
Gli slogan più scanditi dalla piazza sono stati “Unità, Unità, Unità, Il popolo siriano è unito” e “dove sono le alture del Golan?”
In questi slogan c'è la presa di coscienza dei siriani che il presidente non è necessario né ad unire il paese, né ad ottenere la restituzione dei territori occupati da Israele e quindi, semplicemente, non serve.
Il regime sirano ha resistito fino ad ora soprattutto perché era un male necessario ma oggi la situazione sta lentamente cambiando. La rivolta costringe Assad a trovare una giustificazione nuova al suo potere. La piazza gli chiede di aprire alla democrazia, ma la natura militare del regime gli impedisce di farlo. Per questo le prossime mosse di Assad, più che restituirgli la popolarità, rischiano di rendere ancora più evidente la sua impotenza.
M.C.
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