Le autorità iraniane temono che il contagio nordafricano possa sbarcare a Teheran, facendo scendere in strada i giovani com’era successo in occasione delle contestate elezioni presidenziali del giugno 2009. Eppure, non fanno trapelare questo timore. Al contrario, si sono congratulate con le masse arabe scese in piazza, rivendicando la paternità delle loro proteste e paragonandole alla rivoluzione khomeinista del 1979. I leader riformisti Mussavi e Karrubi, riapparsi dopo un periodo di silenzio, hanno invece dichiarato che tunisini ed egiziani avrebbero tratto ispirazione dal loro movimento verde.
In un Medio Oriente dove gli Stati Uniti sostengono regimi dittatoriali da troppo tempo, l’Iran di Ahmadinejad si vorrebbe porre come il difensore degli oppressi e dei diseredati. E l’agenzia di stampa Fars ha chiesto alle autorità egiziane di "non permettere all’esercito e alle forze di sicurezza di ricorrere alla violenza". Tristemente ironico, se si pensa che l’agenzia è legata ai pasdaran che hanno avuto un ruolo determinante nel reprimere le proteste del 2009.
Aldilà delle dichiarazioni ufficiali, un esito democratico della crisi egiziana non potrà che compiacere ayatollah e pasdaran: non hanno relazioni diplomatiche con il Cairo da oltre trent’anni, ovvero dagli accordi di pace di Camp David tra il presidente Sadat e il premier israeliano Begin. Difficilmente un nuovo governo egiziano sarebbe altrettanto ostile. Lo stesso vale per Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e Giordania i cui capi di stato - come ha rivelato WikiLeaks - avevano chiesto agli Usa di attaccare l’Iran.
Teheran immagina così di stringere nuove alleanze, com’è accaduto nell’Afghanistan di Karzai, e soprattutto nell’Iraq del dopo Saddam. A questo proposito il leader riformista Mussavi, che non ricopre un incarico di governo, ha affermato che - se fosse per lui - non penserebbe ad estendere l’influenza dell’Iran nella regione. I leader arabi non gli credono e diffidano. E infatti WikiLeaks ha reso noto che per il principe ereditario di Abu Dhabi il leader del movimento verde sarebbe più pericoloso del presidente Ahmadinejad che, perlomeno, è “un libro aperto”.
Morale della favola? Le autorità iraniane non tollerano il dissenso a casa propria ma si sfregano le mani, soddisfatti, al pensiero di un cambio di regime nei Paesi arabi. E forse fanno affidamento sull’inchiesta del Brooking Institute di Washington, secondo cui i dittatori arabi sono ostili a Teheran, ma solo il 10% dei loro sudditi-cittadini considera l’Iran una minaccia: se in Egitto si dovesse andare a libere elezioni, difficilmente il nuovo governo sarebbe tanto ostile agli ayatollah. Poco importa se si tratterà di elBaradei o dei Fratelli musulmani.
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