Non ha improvvisato nulla, neanche le pause, i gesti e le pose quando veniva interrotto dagli applausi del pubblico accorso ad ascoltarlo mentre leggeva il suo discorso dalla finestra dell'ambasciata dell'Ecuador a Kinghtsbridge, in quel di Londra. Dopo molti mesi Julian Assange è tornato a parlare ieri e lo ha fatto per sette minuti di fila, la voce ferma, la cravatta rossa, inappuntabile, su una camicia blu dello stesso modello usato spesso dai diplomatici statunitensi, i suoi nemici numero uno, ed ecuadoregni, i suoi nuovi protettori.
Il fondatore di Wikileaks è apparso sul balcone della sede diplomatica dove è rifugiato ormai dallo scorso 19 giugno, perché se avesse messo solo i piedi fuori della porta per la legge britannica la polizia lo avrebbe arrestato per poi estradarlo in Svezia, dove è imputato di un duplice stupro che lui nega. Con un nuovo taglio di capelli – assai più corti, quasi rasati, da marine – dopo avere ringraziato i suoi supporter in strada Assange ha dato la sua versione dei fatti, attenendosi strettamente a quanto scritto su alcuni fogli di carta. A cominciare dal presunto blitz britannico all’interno della sede diplomatica dell’Ecuador, evitato solo – a suo avviso – per il ruolo da “cani da guardia” svolto dai supporter suoi e della sua “creatura”, Wikileaks..
“Mercoledì notte dopo che questa ambasciata era stata minacciata e la polizia ha circondato quest’edificio voi siete scesi in strada nel bel mezzo della notte per vigilare. Nel buio potevo ascoltare pattuglie di poliziotti forzare le uscite d’emergenza di questo edificio ma sapevo che c’erano dei testimoni, che c’eravate voi. Se l’Inghilterra non ha stracciato la Convenzione di Vienna l’altra notte è perché il mondo stava osservando. E il mondo osservava grazie a voi. Così la prossima volta che qualcuno vi dice che è inutile difendere quei diritti che a noi sono cari, ricordate loro la vostra vigilia nell’oscurità davanti a questa ambasciata. Ricordate loro come, al mattino, il sole sia sorto su un mondo diverso e su come una coraggiosa nazione latinoamericana si sia schierata per la giustizia”.
A seguire Assange ha ringraziato a lungo il “coraggioso” presidente dell'Ecuador Rafael Correa, il suo ministro degli Esteri Ricardo Patiño e tutti i membri dell’ambasciata ecuadoregna che vivono a Londra e che, nonostante le minacce ricevute, mi hanno difeso accogliendomi qui”. Citando la prossima riunione dei ministri degli Esteri latinoamericani, che si riuniranno venerdì 24 agosto a Washington, Assange ha poi ringraziato ad uno ad uno i governi della regione che lo hanno sostenuto. Il fondatore di Wikileaks li scandisce uno ad uno – “Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, El Salvador, Honduras, Messico, Nicaragua, Perù e Venezuela” – e ad ogni nazione citata fa una pausa perché il pubblico possa rispondere dalla strada con “olé” da stadio.
Poi, nonostante qualche ora prima il ministro degli Esteri ecuadoregno Ricardo Patiño alla BBC avesse detto che l’asilo gli era stato concesso a patto che non parlasse di politica, Julian si è rivolto direttamente al presidente degli Stati Uniti Barack Obama intimandogli di “fare la cosa giusta” e di “rinunciare alla caccia alle streghe contro Wikileaks".
"Gli Stati Uniti devono annunciare - ha continuato Assange – che la smetteranno di perseguire il nostro staff e i nostri supporter. Gli Stati Uniti devono dissolvere l’inchiesta del FBI. Gli Stati Uniti devono promettere davanti al mondo che non perseguiteranno i giornalisti che accendono una luce sui segreti dei potenti. Finitela con i discorsi folli sul processare i media, siano essi Wikileaks o il New York Times. L’amministrazione statunitense deve finirla di perseguitare le gole profonde. Bradley Manning (il marine che ha passato ad Assange i 250mila documenti segreti, ndr) deve essere immediatamente liberato”.
In chiusura non è mancato neanche ad un accenno ad una generica “band russa” (le Pussy Riot, ndr) “condannata a 2 anni per una performance politica” ma nessuna parola sulle accuse di stupro che gli arrivano dalla Svezia perché, ancora una volta, il nemico di Julian e della sua libertà di stampa è chiaro: gli Stati Uniti .
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