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Fidel Castro: il modello economico cubano non funziona più, anzi no - L'ANALISI

Fidel Castro smentisce l'intervista a un mensile statunitense: è il capitalismo che ha fallito, il giornalista non ha capito la mia ironia

Fidel Castro: il modello economico cubano non funziona più, anzi no - L'ANALISI Fidel Castro: il modello economico cubano non funziona più, anzi no - L'ANALISI

Altro che esportare la revolucion in giro per il mondo, come sognava il "Che" negli anni Sessanta, "oggi il modello economico cubano non è più adatto neanche per noi". Risponde così, con una frase secca che non lascia spazio a repliche, Fidel Castrointervistato da Jeffrey Goldberg per il mensile statunitense The Atlantic.

Un'intervista "bomba" in cui il lider maximo ne ha anche per il presidente iraniano Ahmadinejad, definito "un antisemita " e invitandolo a smetterla di "negare l'Olocausto" cui "nulla è paragonabile" in termini di "crudeltà".  "Gli ebrei hanno avuto una esistenza che è molto più dura della nostra", ha aggiunto Fidel che, a due mesi esatti dalla sua ricomparsa in pubblico, con quest'intervista si è guadagnato in poche ore le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Ma cosa si nasconde dietro le due affermazioni di Fidel?

La seconda, ovvero l'appello ad Ahmadinejad a ridurre le tensioni con Israele, riconoscendo una volta per tutte, senza se e senza ma l'Olocausto, si collega direttamente con l'allarme lanciato dallo stesso Fidel la scorsa settimana, all'Università dell'Avana, nel suo primo discorso pubblico di fronte a migliaia di studenti in cui aveva ammonito il mondo sui rischi di una "guerra nucleare" proprio sulla questione del nucleare iraniano. Se in quell'occasione Fidel aveva richiamato Israele e Stati Uniti ad evitare una "pericolosa deriva", l'intervista a The Atlantic, ne è il corollario, perché in essa il lider maximo "fa la morale" all'altra parte in causa, ovvero il regime iraniano, tradizionalmente un alleato di Cuba.

Sulla prima dichiarazione, che apparentemente "seppellisce " il modello economico socialista cubano, invece, è bene andarci con i piedi di piombo. Innanzitutto, basta una frase del lider maximo per dichiarare definitivamente morto e sepolto il modello cubano?

A guardare i fatti no perché, nonostante i ripetuti annunci di un'apertura dell'economia "alla cinese" fatti dal fratello Raul dal 26 luglio del 2007 in poi, al momento l'unica attività a essere stata completamente liberalizzata a Cuba è quella del barbiere.

Per il resto di riforme vere e proprie non ce ne sono state. La realtà, invece, è che oggi l'economia cubana è sull'orlo del fallimento e, questo sì, spiegherebbe la dichiarazione strategica di Fidel in merito al "modello economico" che "non funziona più". Una sorta di "mettere le mani avanti", riconoscendo de facto una situazione che è già da tempo percepita dalla popolazione dell'isola caraibica, soprattutto quella più giovane.

All'Avana sono infatti oramai in molti a confrontare la situazione odierna e quella dei due anni più duri del “periodo especial”, quello del post caduta Muro di Berlino e il crollo del blocco socialista, ovvero il 1993 e il 1994. Lentamente ci si sta avvicinando a quella situazione drammatica. Le cause? Molteplici. La crisi economica mondiale, la riduzione degli aiuti venezuelani a partire dall’anno scorso ma, soprattutto, le mancate riforme strutturali che 3 anni fa aveva promesso Raúl.

Tutti, sia i falchi che le colombe della revolucion cubana oggi concordano sui problemi economici dell'isola - calo della produzione, produttività ai minimi, doppia moneta, eccesso di lavoratori – ma è preoccupante che niente indichi che saranno affrontati con le riforme. Probabilmente è anche per questo che Fidel ha voluto lanciare il sasso nello stagno, dicendo insomma che qualcosa di più bisogna cominciare a farlo.

Sino allo scorso anno c'era l'aiuto fondamentale di Caracas, che aveva in sostanza sostituito Mosca, sia per il commercio che per gli investimenti, i sussidi e gli aiuti economici. A causa della difficile situazione interna del Venezuela, tuttavia, nel 2009 questa linea bilaterale privilegiata si è quasi interrotta e, in seguito alla crisi economica lo scorso anno il governo di Chávez ha ridotto gli il commercio con Cuba del 36% e l’acquisto dei servizi professionali di cubani del 40%. Anche per questo, usando le parole di Fidel, il "modello economico cubano non funziona più".

Che succederà ora?

Difficile dirlo. Nella prima sessione parlamentare di quest'anno, tenutasi ad agosto, Raul ha detto che il governo continuerà ad affidare in gestione piccoli negozi ai loro dipendenti, andando dunque oltre le botteghe di barbiere, ma senza puntare ad una vera economia di mercato. Nell'annunciare l'aumento del numero dei liberi professionisti e la riduzione dei lavoratori statali, Raul Castro ha definito queste decisioni un ''cambio strutturale'' per rendere il sistema socialista ''sostenibile'' nel futuro. Staremo a vedere se ce la farà. Di certo ieri Fidel lo ha spronato a darsi una mossa.

Aggiornamento

“Oggi il modello economico cubano non è più adatto neanche per noi”. Tutti avevano interpretato così la risposta di Fidel Castro al giornalista Jeffrey Goldberg che gli chiedeva quali fossero le possibilità di esportare il modello economico cubano nel resto del mondo e invece, puntuale come un orologio svizzero, pochi minuti fa è arrivata la smentita. O meglio il chiarimento del qui pro quo, per bocca dello stesso líder máximo. “Mi sono divertito a leggere le analisi di quello che in realtà è stata un’incomprensione”, ha spiegato Fidel. “Ciò che io intendevo dire è esattamente l’opposto, ovvero che il modello capitalista Usa è così in crisi che neanche il nostro modello potrebbe salvarlo”. Chiuso dunque il mistero del presunto “anticastrismo di Castro”?

Apparentemente sì anche se di certo Fidel ha voluto lanciare il sasso nello stagno. Prima alimentando per due giorni analisi e commenti su qualcosa che “non intendeva dire” e poi precisando “l’esatto contrario”, Castro ha forse voluto testare le reazioni all’interno del “suo” Partito comunista cubano, soprattutto di quelli convinti che qualcosa di più, in materia di riforme economiche, bisogna comunque cominciare a farlo.

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