L’unione fa la forza e così due associazioni di una delle città considerate più pericolose al mondo, Ciudad Juárez , in Messico, assieme all’ong statunitense Wola nel lontano 2003 avevano deciso di chiedere aiuto agli esperti dell’Eaaf , l’Equipe argentina di antropologia forense. Sono specialisti che hanno aiutato a ritrovare migliaia di ossa dei desaparecidos della dittatura in Argentina dal 1984 in poi e che, data l’esperienza acquisita sul campo, oggi sono richiesti in Africa, Asia, nei Balcani, ovunque ci siano massacri insomma. Da anni lavorano sul caso messicano e, finalmente, a gennaio renderanno noti i risultati delle loro indagini.
L’obiettivo delle associazioni Justicia para nuestras hijas e Nuestras hijas de regreso a casa - entrambe composte da famigliari che hanno figlie, sorelle e mogli desaparecidas - è di fare luce sul grande giallo di Ciudad Juárez, ovvero quello delle donne scomparse e assassinate, che da anni è il dramma di questo luogo infernale.
Solo tra il gennaio e il novembre del 2010, infatti, 395 donne sono state assassinate nella città di frontiera, separata da El Paso (Texas) dal Rio Bravo, ma di molte di loro non è stato trovato neanche il corpo.
La situazione è così grave che la Commissione Interamericana per i Diritti Umani dell'OEA, l’Organizzazione degli Stati Americani, ha persino denunciato il Messico per femminicidio di fronte alla Corte Interamericana per i Diritti umani , che ha già comminato alcune condanne. Una prima assoluta che testimonia la gravità della situazione.
Il rapporto dell’Eaaf, molto atteso, sarà dunque pubblicato in forma completa solo a gennaio ma già adesso trapelano rivelazioni sconcertanti. Gli esperti argentini sono infatti riusciti a recuperare i resti di almeno 83 donne, alcune morte addirittura 12 anni fa. Hanno lavorato perfino nelle “narcofosse” (le fosse comuni in pieno deserto usate per occultare le ossa delle vittime) pur di trovare informazioni. E alla fine dell'operazione, a quanto pare, è stata svelata l’identità di almeno 33 donne.
Un profilo delle vittime è già stato tracciato: “La maggior parte erano giovani e povere. Alcune erano operaie nelle maquiladoras, le fabbriche di assemblaggio e componentistica, e sono sparite all’uscita dal lavoro, altre sono state vittima di violenza domestica o erano coinvolte nel mercato della prostituzione”, spiegano gli esperti argentini.
Nel 90 per cento dei casi hanno un'età compresa tra i 10 e i 35 anni e soprattutto negli Stati del Nord del Messico, i più violenti assieme alla capitale, sono spesso donne sole, emigrate da altre regioni del Paese alla ricerca di un futuro migliore per lavorare nelle fabbriche vicine al confine statunitense.
Sette sataniche, narcotraffico, snuff movies, fantomatici serial killer . In passato gli omicidi delle donne di Ciudad Juárez sono stati collegati alle più svariate ipotesi d'indagine da parte della autorità locali ma avrebbero una dinamica che li accomuna nella stragrande maggioranza dei casi: sequestro che si protrae per più giorni, tortura, violenza sessuale , morte.
Secondo l'Inegi , l'Istat messicano, il 55 per cento delle donne dai 15 anni in su dichiara di avere subito qualche violenza durante l'ultimo rapporto sentimentale con il partner, mentre 6 su 10 sono state vittime di reati. Purtroppo poche hanno il coraggio di denunciare alla polizia le umiliazioni, spesso perché minacciate dall'ambiente circostante o forse perché consapevoli che qui è l'impunità a farla da padrone.
“Dai dati raccolti in questo Paese viene uccisa, in media, una donna ogni sei ore. È una situazione vergognosa paragonabile a quella dell'Afghanistan ”, denunciava un paio di anni fa Angela Alarache poco dopo aver presentato l'ultimo studio dell'Università di Città del Messico (Unam) sulla violenza contro le donne.
Tre anni fa a Ciudad Juárez, anche per cercare di ovviare al problema d'immagine, avevano messo a capo dell'amministrazione della Polizia locale una donna, la 40enne Silvia Molina Guzmán . Era la prima volta che accadeva. Fu uccisa poco dopo, il 16 giugno 2008, da 10 colpi di arma da fuoco mentre parcheggiava l'auto nel garage di casa sua.
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