François Hollande sarà pure una scelta meno comica di quella di Beppe Grillo come risposta alla crisi e all’impopolarità degli ultimi governi.
Ma i primi provvedimenti presi dal neopresidente di Francia, i suoi primi segnali lanciati alla nazione, le prime risposte (o non-risposte) a Angela Merkel, il cancelliere tedesco che in piena campagna presidenziale aveva apertamente sostenuto il morituro (politicamente) rivale Nicolas Sarkozy, sono mosse elettoralmente impeccabili e al tempo stesso sostanzialmente sbagliate. Che devono rincuorare la Merkel e rinfocolare il suo orgoglio teutonico di fronte al proprio elettorato e all’Europa. Ma non rincuorano noi.
Una Francia che prende decisioni opposte a quelle richieste oggi dalla crisi, e che non si pronuncia sull’invito della Merkel a estendere/espandere l’integrazione europea, non sarà credibile il giorno in cui incalzerà Berlino a una maggiore solidarietà continentale.
Il fatto è che la Merkel appare in questo momento più "statista europea" di Hollande. Sarà per l’esperienza, o perché rappresenta il maggior Paese dell’Unione, ma certo il contropiede tedesco per ora è vincente.
L’appello all’integrazione smaschera infatti le ambiguità della Francia e di Hollande, restii a cedere quote di sovranità nazionale a organismi comunitari
Alle richieste europeiste della Merkel, Hollande non replica, forse non sa cosa rispondere (Le Monde lo incita a farlo), mentre lascia che si pronunci (debolmente) il suo ministro delle Politiche europee, Bernard Cazeneuve.
Per Parigi, la riforma istituzionale non è la priorità mentre bisogna anzitutto contrastare con urgenza la crisi (magari attraverso gli eurobond). Insomma, Hollande non ha finora messo in campo una caratura da leader europeo, almeno in questa fase di coda elettorale dell’investitura all’Eliseo.
I francesi votano al primo e secondo turno per le legislative tra domani e il 17 giugno. Gli aspetti intriganti della competizione riguardano da un lato il risultato che otterranno i socialisti, quotati vincenti ma non trionfanti dai sondaggi pre-elettorali, dall’altro le vicende personali dei candidati che in qualche caso si giocano il posto da ministro.
Sono ben 25 su 35 i ministri di Hollande che sono scesi in campo e rischiano di perdere la poltrona nel governo se saranno sconfitti. Ma intanto colpisce l’inferiorità di Hollande in questi primi passi, attento al consenso elettorale immediato piuttosto che alla bontà ed efficacia delle sue misure di politica interna ed europea. La gauche fa sognare, ma il risveglio per i francesi potrebbe essere peggiore di quello che immaginano.
Hollande, infatti, ha diminuito l’età pensionabile da 62 a 60 anni, di fatto vaporizzando in un attimo un risultato complesso e importante che era stato conseguito con coraggio come una delle riforme strutturali di cui la Francia, al pari dell’Italia, aveva bisogno. In realtà, potranno lasciare il lavoro soltanto coloro che oltre ad avere 60 anni, ne avranno 41 e mezzo di contributi. Ma l’inversione di rotta è un pessimo inizio.
Altro segnale, l’aumento dei posti di lavoro nella scuola. Misura che costerà. Il terzo è arrivato oggi, con Hollande che in risposta all’uccisione di quattro soldati francesi in Afghanistan, annuncia che il ritiro del contingente s’inizierà il prossimo mese e lui personalmente ne garantirà la conclusione in tempi certi. Che non è propriamente uno di quegli annunci che un Paese fiero delle proprie scelte di politica internazionale possa fare dopo la morte di suoi soldati.
Nel frattempo, quel desiderio di rivalsa e riequilibrio rispetto allo strapotere della Germania in Europa, che Hollande aveva alimentato e raccolto, per il momento rimane un’illusione. Forse, superato lo scoglio elettorale, vedremo finalmente di che cosa è capace la gauche. Forse.
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