C’è una guerra civile in atto, in Siria, e l’impossibilità di intervenire, segretamente riconosciuta da Stati Uniti e Russia, lascia aperto lo spazio per una sola non-soluzione: che i potenti si affrettino ad armare i due fronti contrapposti. Washington accusa Mosca di fornire al regime di Bashar el-Assad gli elicotteri d’assalto Mi-24 (e, cosa ancora più importante, di garantire la relativa assistenza e manutenzione) per stroncare i numerosi e attivi focolai di guerriglia dei ribelli.
Mosca, di rimbalzo, accusa Washington (ma anche Turchia, Arabia Saudita e Qatar) di far avere ai ribelli attraverso la frontiera turca, non a caso maggiormente controllata e sigillata per aggirare la troppo vigile e indiscreta presenza dei giornalisti, razzi anticarro contro l’arma più efficace utilizzata finora dai governativi. Tra poco (o già adesso) c’è da attendersi la fornitura di missili anti-aerei alla guerriglia. Che creerebbe ulteriori preoccupazioni vista la configurazione variegata delle forze anti-regime, che comprendono gruppi ed elementi di Al Qaeda.
In tutto ciò, si inserisce l’iniziativa più politica che militare della Francia che, attraverso il ministro degli Esteri Fabius, parla ormai apertamente di auspicabile ricorso all’articolo 7 della Carta dell’Onu. Ci risiamo, quindi, con l’ingerenza umanitaria, che sarebbe in teoria una meravigliosa idea per aiutare le popolazioni civili, creare e difendere corridoi umanitari, limitare lo strapotere assassino dei regimi. Ma che spesso risulta essere soltanto un pretesto per interventi che hanno finalità nazionali o addirittura imperiali di ben diversa natura. Vedi la Libia, dove adesso si vocifera al Palazzo di Vetro che ci sia stato un accordo sottobanco USA-Russia per intervenire contro Gheddafi a patto che non s’intervenisse, dopo, contro Assad.
L’intervento in Siria aggiungerebbe poi confusione a confusione, perché si tratta di una guerra civile, perché i ribelli sono divisi tra loro e non tutti "buoni" con l’Occidente, perché destabilizzare del tutto la Siria significa creare un altro buco nero e scosse telluriche in tutto il Medio Oriente con riflessi sul conflitto israelo-palestinese, perché la netta contrapposizione tra schieramenti internazionali (USA ed Europa da un lato, Russia e Cina dall’altro) di per sé condanna al fallimento qualsiasi velleità di ottenere il semaforo verde del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla guerra ad Assad.
Risultato: la parola è alle armi, come sempre, e le potenze internazionali e regionali fanno il gioco sporco (che c’è sempre stato) di armare le forze in campo e far combattere l’esercito da un lato, i ribelli dall’altro, ovviamente sulla pelle dei civili. Morte, ipocrisia e traffico d’armi. Senza indulgere in commenti moralistici fuori luogo in politica estera, ci sono però tutti gli elementi per un’agonia del regime siriano ancora lunga, sanguinosa e dagli esiti incerti.
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