Madonna ringrazia. La popstar americana, che è in Russia per un tour, non poteva chiedere di meglio che un rogo inquisitore vecchia maniera per farsi pubblicità. E i cristiani ortodossi l'hanno accontentata.
Come ampiamente annunciato, la cantante ha preso posizione (tra un balletto e l'altro) in favore della scarcerazione del trio femminista-punk delle Pussy Riot, che sono in attesa di giudizio per un blitz nella cattedrale di Cristo Redentore a Mosca, durante il quale hanno intonato sull'altare slogan anti-Putin.
"Madre Maria, porta Putin via!" è stato il ritornello che ha mandato su tutte le furie i vertici della Chiesa ortodossa di Russia e quelli del Cremlino. Ma, forse, la Maria a cui facevano appello le Pussy Riot era Madonna, una Like a Vergin molto mondana e decisamente poco spirituale.
E quella Maria ha prontamente risposto, con tanto di lustrini e paillettes, come si usa fare nello show-biz di stampo hollywoodiano.
Il caso delle Pussy Riot ha spaccato la Russia. In molti si schierano con le tre ragazze, che rischiano tre anni di carcere per blasfemia e atti vandalici, ma tanti altri le giudicano delle "stupidotte", in cerca di fama e visibilità e che poco hanno a che fare con le istanze reali e giustificate portate avanti dalle opposizioni.
Sgomberiamo subito il campo da alcuni dubbi: le Pussy Riot non sono affatto stupide, anzi. Hanno dimostrato di essere incredibilmente lucide e in quella chiesa a febbraio ci sono entrate proprio per causare il putiferio che poi hanno generato. Due: l'autoritarismo crescente di questa nuova presidenza di Vladimir Putin è palpabile e non è solo una creazione dei media.
In Russia da anni si muore per difendere la libertà. E sono tanti i "martiri" che hanno perso la vita per restare fedeli fino in fondo ai loro principi. I primi a cadere sul campo sono stati i giornalisti, in una lugubre usanza che inizia con Boris Eltsin e prosegue durante tutto il regno di zar Putin.
Dal 1993 al 2009 in Russia sono stati uccisi 365 giornalisti e 50 sono andati a processo.
E' il 7 ottobre del 2006 (giorno del compleanno dell'allora presidente Vladimir Putin), quando degli uomini incappucciati uccidono a calci e pugni nell'ascensore del suo palazzo la reporter di Novaja Gazeta, Anna Politkovskaja. La giornalista aveva preso posizione sulla Cecenia, nervo scoperto del capo del Cremlino, e non aveva smesso di raccontare la verità nemmeno dopo gli avvertimenti e le minacce di morte che le erano state recapitate.
Oggi nella redazione di Novaja Gazeta la sua scrivania è rimasta intonsa, come l'ha lasciata poco prima di tornare a casa l'ultimo giorno in cui ha lavorato. Sotto la sua fotografia dei magnifici fiori arancioni, sempre freschi. I suoi colleghi non la dimenticano.
Ma tanti sono i nomi dei morti in Russia. Morti che ancora reclamano giustizia, perché i loro omicidi sono rimasti il più delle volte "insoluti", come nel caso della Politkovskaja.
Se leggiamo le cronache del 2000 (quando inizia l'era di Vladimir Putin) possiamo agevolmente tracciare un vero e proprio bollettino di guerra. Tre omicidi su tutti: il 16 luglio Igor Domnikov, sempre di Novaja Gazeta, viene ucciso con un secco colpo di martello alla testa nell'atrio dell'edificio dove abita a Mosca.
Prima di morire Domnikov è stato in coma per due mesi. Il suo assassino è stato identificato e condannato nel 2007, ma i mandanti dell'omicidio, pur essendo stati denunciati dal giornale per cui lavorava Domnikov, sono tuttora a piede libero.
Dieci giorni dopo, il 26 luglio, muore Sergei Novikov, di Radio Vesna. Gli sparano sempre nell'atrio dell'edificio dove abita. Il reporter aveva avanzato critiche ai vertici dell'amministrazione della sua regione (Smolensk). Il suo killer è tuttora a piede libero.
Il 21 settembre del 2000 muore Iskander Khatloni, di Radio Free Europe Mosca. Viene ucciso di notte, colpito con un'ascia mentre sta aprendo il portone di casa. Ancora non si conosce il mandante dell'omicidio. Il giornalista stava lavorando su casi di abusi e di violazione dei diritti umani in Cecenia.
La lista dei morti per la libertà in Russia fa venire i brividi. Basta andare sul sito dell'International Federation of Journalists per toccare con mano la serietà e l'entità di questa tragica "abitudine" di soffocare nel sangue le voci critiche nei confronti del Cremlino.
E chi è più fortunato e non muore viene rinchiuso in carcere, come Mikhail Khodorkovsky e tanti come lui che hanno una "visione" non coincidente (diciamo così) con i piani del potere centrale. C'è un detto che circola a Mosca: "Gli oligarchi si dividono in due categorie: quelli amici di Putin e quelli non amici di Putin. E' facile distinguerli: i primi sono a piede libero, i secondi sono tutti in carcere".
Insomma, se vogliamo seriamente parlare di libertà violate in Russia, lasciamo per un attimo da parte il fenomeno luccicante delle Pussy Riot e della loro madrina Madonna. Scopriremo che ci sono tanti nomi che chiedono giustizia, da vivi e da morti e che, per cantarla alla Madonna, hanno una Tale to tell, una storia da raccontare, che finora è rimasta inascoltata.
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