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Sergio  Romano

Romano: La Gran Bretagna scommetta sul futuro

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Gli studenti britannici hanno dato l’assalto, in stile francese, alla sede del Partito conservatore per protestare contro il brusco aumento delle rette universitarie. Nei giorni seguenti il governo di David Cameron ha risposto annunciando una riforma del sistema assistenziale e previdenziale che ridurrebbe considerevolmente l’ammontare dei sussidi e ne priverebbe i disoccupati che respingono un’offerta di lavoro sgradita. Nulla di sostanzialmente diverso dai piani di Bill Clinton, durante i suoi anni alla Casa Bianca, e di Tony Blair, il leader laburista che fu primo ministro dal 1997 al 2007. Ma cade in un momento in cui la perdita del posto di lavoro è, per molti, una prospettiva concreta e inquietante. Potremmo assistere quindi a nuove proteste.

Lette e interpretate con criteri tradizionali, queste reazioni appartengono alla logica delle contrapposizioni destra-sinistra. Il Partito conservatore ha battuto nelle urne il Partito laburista e l’opposizione, come in Francia e in Italia, si prepara a rendere difficile, per quanto possibile, la vita del governo. Ma questa rappresentazione non tiene conto del fatto che i due maggiori partiti britannici, dalla fine degli anni Settanta a oggi, hanno fatto con stili diversi e qualche differenza le stesse politiche economiche.

La rivoluzione liberista di Margaret Thatcher ha avuto l’effetto di cambiare profondamente i caratteri dell’economia britannica. Dopo essere stato per molto tempo uno dei maggiori paesi industriali del mondo, il Regno Unito ha scommesso il proprio futuro sul capitalismo finanziario. Ricordo ancora il compiacimento con cui  Thatcher, verso la metà degli anni Ottanta, inaugurò la nuova City di Londra, un centro finanziario completamente informatizzato e pronto a competere con Wall Street per la gestione dei capitali mondiali. La Gran Bretagna stava perdendo in quegli anni alcuni dei suoi maggiori gioielli industriali, fra cui le grandi fabbriche automobilistiche. Ma non sembrava preoccuparsene. Il capitalismo deregolamentato e la City stavano creando una dinamica economia dei servizi.

Blair ha aggiunto alla formula della signora Thatcher qualche provvedimento sociale, ma non ne ha cambiato la sostanza. Quando lo elessero, nel 1997, gli elettori britannici non scelsero il socialismo. Vollero cambiare la squadra (un’esigenza fondamentale delle democrazie), ma scelsero soprattutto la continuità. Fra il 1979 e il 2008 la Gran Bretagna è stata anzitutto, indipendentemente dai suoi governi, uno dei grandi polmoni finanziari dell’economia globalizzata. Oggi quel polmone, come sappiamo, è gravemente malato. Per curarlo Cameron ha stretto un patto con il Partito liberaldemocratico di Nick Clegg e si prepara anzitutto a risanare i conti dello stato con una drastica riduzione della spesa pubblica. Ma non sappiamo ancora quali siano i suoi progetti di più lungo respiro.

Vuole cercare di ricostruire il tessuto industriale del paese o crede che il capitalismo finanziario britannico possa sopravvivere alla crisi delle banche e dei debiti sovrani? Abbiamo letto qualche interessante discorso sulla nuova società di cui Cameron auspica l’avvento, ma i suoi propositi ci sono parsi vaghi, se non utopici. E non sappiamo quale sia la solidità di una coalizione in cui i liberaldemocratici hanno rinunciato a gran parte del loro programma soprattutto per ottenere una nuova legge elettorale. Ma sappiamo che la Gran Bretagna dovrà ripensare se stessa, la sua economia, il suo futuro. E non è escluso che si renda conto, a un certo punto, dell’utilità dell’Unione Europea e, forse, dell’euro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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