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Sergio  Romano

Romano: Le illusioni dell'occidente

L'errore dell'Europa è stato quello di credere che ogni slogan democratico debba essere preso alla lettera

L'europeo

Quando Mikheil Saakashvili irruppe nel parlamento georgiano, alla fine del 2003, e costrinse il vecchio Eduard Shevardnadze, sospinto da un drappello di guardie del corpo, a fuggire da una porta laterale, l'Europa e gli Stati Uniti salutarono entusiasticamente l'avvento della democrazia nella repubblica transcaucasica. Il contrasto fra i due uomini non poteva essere, anche sul piano visivo, più eloquente. Saakashvili aveva 36 anni, un diploma della Columbia University, un dottorato della facoltà di giurisprudenza dell'Università George Washington, una moglie olandese. Shevardnadze aveva 75 anni, era diventato leader del Partito comunista in Georgia nel 1972, era stato ministro degli Esteri dell'Urss fra il 1985 e il 1990, aveva conquistato la presidenza della Georgia postsovietica con una tattica e uno stile di governo che parvero a molti gattopardeschi.

Affascinati dal piglio giovanile e dagli slogan impeccabilmente democratici di Saakashvili, quasi tutti dimenticarono che il vecchio Shevardnadze aveva diretto la diplomazia sovietica all'epoca della perestrojka e si era dimesso nel 1990 per protestare contro le tendenze restauratrici del gruppo dirigente che stava preparando il colpo di stato dei mesi seguenti. Dimenticarono pure che aveva salvato il suo paese dal caos durante la prima metà degli anni Novanta e si era comportato con grande coraggio durante i torbidi provocati dalla secessione dell'Abkhazia, una provincia georgiana abitata da una popolazione parzialmente musulmana.

Dopo la cacciata dal tempio del vecchio Shevardnadze, Saakashvili divenne il beniamino degli Stati Uniti nella regione e si servì della protezione di Washington per sfidare la potenza russa nel Caucaso. Le sue iniziative erano imprudenti e avventate, ma avevano l'implicito beneplacito dell'America e autorizzarono la Georgia a sperare che la protezione della maggiore potenza mondiale le avrebbe schiuso le porte dell'Alleanza atlantica.

A Vladimir Putin non piacque naturalmente che la Nato, dopo avere conquistato tre repubbliche ex sovietiche a nord (Estonia, Lettonia e Lituania), cercasse di fare altrettanto a sud. Ma la Georgia di Saakashvili, come l'Ucraina di Victor Yushchenko, era divenuta la pupilla di Washington, la dimostrazione evidente che l'"esportazione della democrazia" era una missione possibile, insomma un fiore all'occhiello di George W. Bush, tanto più gradito quanto più aumentavano le difficoltà degli Stati Uniti in Medio Oriente. Sono queste le ragioni della guerra fredda (embargo russo, provocazioni, scambio di sgarbi diplomatici) che si è combattuta in questi anni fra Mosca e Tbilisi.

Ora scopriamo che Saakashvili, come il suo predecessore, ha governato con piglio autoritario e che potrebbe avere fatto un uso spregiudicato del potere. Non è una sorpresa. La Georgia è un paese vivace e intraprendente che si è distinto, anche in epoca sovietica, per lo spirito d'indipendenza dei suoi intellettuali e i tratti amabili della società. Ma la sua storia è quella di un piccolo regno cristiano schiacciato fra grandi imperi (russo, ottomano, iraniano), consapevole della propria fragilità, costretto a navigare con prudenza in uno dei mari più torbidi della politica internazionale.

Supporre che la democrazia, in queste condizioni, sia soltanto questione di uomini e di programmi, è illusorio. L'errore di Saakashvili è stato quello di avere dimenticato che nessuno può governare la Georgia senza stabilire con Mosca rapporti di buon vicinato. L'errore dell'Europa è stato quello di credere che ogni slogan democratico debba essere preso alla lettera. L'errore degli Stati Uniti è stato quello di usare la Georgia contro la Russia, contribuendo così all'instabilità della regione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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