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Sergio  Romano

Romano: Per l'economia servono norme corali

Le regole non potranno più essere scritte solo dagli Usa. E nessun sistema finanziario potrà funzionare se gli americani non cambieranno stile di vita e consumi  

 

Lavoratori in Wall Street

L'europeo 

Le profezie sul declino degli Stati Uniti e la fine del sogno americano sono probabilmente premature e viziate dalle speranze dei suoi nemici, troppo inclini a prevedere ciò che desiderano. Il paese dispone di straordinarie energie ed è ancora la maggiore potenza mondiale. Ma è difficile immaginare che la crisi finanziaria degli scorsi mesi non sia destinata a incidere sul suo ruolo internazionale. L'effetto delle terapie è ancora incerto, ma sulla diagnosi l'accordo è pressoché generale.

Per parecchi anni l'America ha vissuto di bolle speculative spendendo oggi ciò che avrebbe guadagnato domani. E ha potuto farlo grazie a un sistema finanziario in cui le maggiori autorità pubbliche e private, dalla banca centrale (la Federal reserve) alle agenzie di rating (a cui spetta la valutazione dell'affidabilità delle aziende), autorizzavano e assecondavano strategie che si sono rivelate fallimentari. Sappiamo che gli Stati Uniti sanno correre ai ripari e che correggeranno i loro errori. Ma credo che abbiano perduto il diritto di definire unilateralmente e autonomamente le regole della finanza internazionale.

Il nuovo sistema, se e quando nascerà, sarà il risultato di una maggiore concertazione. Ne abbiamo già avuto una prima dimostrazione: il G20 di Washington, voluto dalla presidenza francese dell'Unione Europea con la partecipazione di paesi che sono ancora considerati «in via di sviluppo».

Nessuna regola potrà funzionare, tuttavia, se i cittadini della maggiore potenza mondiale non rinunceranno allo stile di vita e di consumi che hanno adottato negli ultimi decenni. Non bastano nuove regole. Occorre che il paese smetta di vivere al di sopra dei propri mezzi. Commetteremmo un errore, tuttavia, se dimenticassimo che questa dissennata economia americana ha avuto anche ricadute positive. Come ha detto Joseph Stiglitz in un'intervista alla Repubblica del 6 dicembre, le bolle speculative degli Stati Uniti hanno avuto l'effetto di sostenere la crescita mondiale. Non vi sarebbe stato un miracolo cinese se i prodotti industriali della Repubblica Popolare non fossero stati divorati dal grande mercato americano. E lo sviluppo dei Bric (Brasile, India, Cina e Russia) sarebbe stato più lento e incerto se i capitali generati dal vorticoso mercato dei derivati non avessero contribuito al decollo tecnologico dei paesi asiatici.

Che cosa accadrà quando il grande volano americano comincerà a girare ancora più lentamente? Che cosa accadrà nei paesi emergenti quando i loro governi non saranno più in condizione di soddisfare le attese dei loro cittadini? Molti di essi (la Cina e l'India in particolare) cercheranno di rispondere alla crisi sviluppando il proprio mercato interno e dovranno farlo aumentando il livello di vita dei loro cittadini.

È giusto, ma occorrerà evitare la tentazione del protezionismo e le derive nazionaliste che generalmente accompagnano lo sviluppo del mercato nazionale. La migliore notizia, a questo proposito, viene da Pechino, dove il segretario americano del Tesoro Henry Paulson avrebbe stipulato negli scorsi giorni un accordo con il governo cinese per l'apertura di una linea di credito congiunta: 20 miliardi di dollari destinati a sostenere il commercio internazionale e in particolare l'interscambio dei paesi che rischiano di essere maggiormente colpiti dalla recessione.

A Washington qualcuno ha capito che la maggiore potenza mondiale non può, da sola, governare la crisi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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