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Sergio  Romano

Romano: in Siria un'occasione per l'Europa

Un accordo fra Damasco e Ue dimostrerebbe che l'Europa ha una politica in Medio Oriente più efficace di quella degli Usa

L'europeo

Poco meno di un anno fa Romano Prodi e Massimo D’Alema dettero un contributo decisivo alla fine della guerra tra le forze armate israeliane e gli Hezbollah libanesi. Proposero la creazione di una nuova Unifil (la forza dell’Onu presente nel Libano meridionale dal 1978) e dichiararono che il governo italiano era disposto a inviare 3 mila uomini. L’iniziativa ebbe successo e permise la formazione di un grosso contingente (13.251 militari) composto dalle forze di 30 paesi e comandato oggi dal generale Claudio Graziano. Le cose sono andate meglio del previsto. Gli Hezbollah non hanno rinunciato alle armi, ma non considerano Unifil una forza ostile, se ne stanno a rispettosa distanza e non hanno utilizzato il Libano meridionale per lanciare missili contro le città settentrionali di Israele (quelli degli scorsi giorni sembrano avere matrice palestinese).

Era chiaro sin dall’inizio, tuttavia, che la proposta italiana avrebbe giovato al futuro della regione soltanto se la presenza militare fosse stata accompagnata da una iniziativa politica per la soluzione dei suoi maggiori problemi: dalla ricostruzione politica del Libano alla crisi palestinese, dai rapporti con Damasco a quelli con Teheran. Il compito toccava principalmente all’Unione Europea, che assicura il comando e la maggior parte del contingente. Ma i paesi dell’Ue, con qualche modesta e occasionale eccezione, si sono limitati ad assecondare la politica filoisraeliana, antisiriana e antiraniana degli Stati Uniti. Oggi, dopo un anno perduto, il generale Graziano e i suoi uomini vivono in stato d’assedio circondati da focolai di guerra e crisi politiche. In Libano, dove un ennesimo attentato ha ucciso negli scorsi giorni un leader della maggioranza, l’esercito non riesce a debellare un gruppo islamista che sta seminando zizzania fra i rifugiati palestinesi ancora presenti nel paese. A Gaza sta nascendo in questi giorni, dopo la vittoria di Hamas, un altro staterello islamico, governato da una dirigenza che finirà per diventare col tempo sempre più radicale. A Gerusalemme il premier gode di un consenso pari al 3 per cento della popolazione, il partito laburista ha appena sostituito il suo leader e le forze armate soffrono ancora dello scacco subito nell’estate 2006. Più lontano, in Iraq, il piano americano per la riconquista  del territorio sta fallendo. Che cosa accadrà di Unifil e del contingente italiano (poco meno di 3 mila uomini) il giorno in cui la regione diventerà nuovamente un grande campo di battaglia?

Spetta a Israele, anzitutto, rompere l’accerchiamento. Olmert ha già tentato di farlo negli scorsi giorni dicendo di essere disposto ad aprire conversazioni con la Siria per le alture del Golan, occupate dal 1967. Il premier israeliano avrebbe fatto capire che il suo paese è pronto a restituire le alture se il governo siriano accetta di ridurre il suo sostegno a Hezbollah e Hamas. Ma sembra che la Siria non sia disposta a privarsi delle carte di cui dispone per un accordo che non risolverebbe il problema, ben più minaccioso per Damasco, dei suoi pessimi rapporti con gli Usa. È questo il momento in cui l’Europa potrebbe avere una parte decisiva. Non possiamo promettere alla Siria il cambiamento della linea politica americana. Ma possiamo darle qualcosa di cui ha grande bisogno: un accordo di associazione con l’Ue.

La Siria è nel mezzo di una difficile transizione dall’economia dirigista, creata negli anni in cui poteva contare sull’Urss, all’economia di mercato. E ha bisogno, per riuscire in questa difficile trasformazione, dell’aiuto dell’Ue. Un accordo israelo-siriano, concluso con l’aiuto determinante dell’Europa, potrebbe avere una serie di ricadute positive. Aumenterebbe il numero dei paesi arabi che riconoscono lo stato d’Israele. Darebbe a Hezbollah e Hamas la sensazione che non possono contare indefinitamente su Damasco. Incrinerebbe il patto d’interesse che ha unito sinora la Siria all’Iran. E dimostrerebbe che l’Unione Europea ha una politica mediorientale più efficace di quella degli Stati Uniti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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