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2011: anno nero per i cattivi di tutto il mondo

Dalla morte di Osama Bin Laden a quella di Muammar Gheddafi e Kim Jong Il. E poi la detronizzazione di Mubarak in Egitto e Ben Alì in Tunisia, oltre alla cattura del boia di Srebrenica, Ratko Mladic. Il 2011 sembra davvero essere l'anno nero dei "cattivi". Ma ci sono ancora tanti dittatori in giro per il mondo, da Fidel Castro a Robert Mugabe

2011: anno nero per i cattivi di tutto il mondo 2011: anno nero per i cattivi di tutto il mondo
Teheran. Mahmoud Ahmadinejad con Omar al Bashir. EPA/STR
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A voler fare dei bilanci, senza ombra di dubbio il 2011 è stato un anno nero per i cattivi. Dopo la primavera araba, il pallottoliere mondiale conta meno dittatori in tutta l'area mediorientale, ma a confermare i dati sul pessimo anno dei tiranni ci si mette anche l'uccisione di Osama Bin Laden e la morte (per cause naturali) del nordcoreano Kim Jong Il. Il mondo sarà migliore nel 2012? Chissà, ma sicuramente sarà "alleggerito", anche se i tiranni ci sono ancora, e alcuni sono anche piuttosto longevi.

In molti l'hanno pensato appena si è diffusa la notizia che Osama Bin Laden era stato ucciso dalle teste di cuoio americane nel suo nascondiglio di Abbottabad, in Pakistan. E' come se, a dieci anni dalle Torri Gemelle, finalmente il mondo intero avesse finalmente la possibilità di uscire da un incubo e voltare pagina. Prima della morte del principe del terrore, erano scomparse dalla scena internazionale altre figure con il marchio da dittatore doc. Eliminati a furor di popolo, spazzati via dal vento inesauribile della Primavera araba. Parliamo del tunisino Ben Alì e dell'ultimo faraone d'Egitto, Hosni Mubarak. Sono ancora vivi, ma non guidano più i rispettivi Paesi. E non è poco.

Un capitolo a parte merita la morte in diretta del raìs dei raìs, Muammar Gheddafi. Dopo 42 anni di feroce dittatura in Libia, viene catturato dai ribelli di Bengasi nella sua città natale, a Sirte, e ucciso in modo spietato mentre il tutto già andava in onda su Youtube, scatenando polemiche e sdegno . Poi, a distanza di pochi mesi, esala l'ultimo respiro Kim Jong Il, il super dittatore di Pyongyang. Una morte fantasma, perché da tempo l'affamatore del popolo nordcoreano era sparito dalle scene, colpito - si dice - da una malattia incurabile. Ora il Paese è nelle mani del figlio, Kim Jong Un, roseo e paffuto (si vede che non è stato cresciuto come un contadino nordcoreano), ed educato nelle migliori università europee. E forse per la Corea del Nord si apre uno spiraglio di speranza.

Anche ad altri cattivi il 2011 non ha portato granché bene: basti pensare a Ratko Mladic , il boia di Srebrenica catturato in Serbia a maggio dopo 16 anni di latitanza. Mladic dovrà rispondere di fronte al Tribunale Penale Internazionale (Tpi) di The Hague di crimini di guerra e contro l'umanità.

Ma, a fronte di simili dipartite o di certe catture eccellenti, sono ancora tanti i dittatori che regnano in modo indiscusso. A cominciare da Bashar al Assad in Siria , che finora si è già macchiato di 5000 morti (cifra arrotondata al ribasso) tra i manifestanti anti-regime. Assad non sembra voler abbandonare lo strumento della violenza, nonostante le pressioni della comunità internazionale, Lega araba in testa.

L'Africa è la terra più ricca di tiranni. Due su tutti: Robert Mugabe in Zimbabwe e Omar al Bashir in Sudan. Mugabe (detto anche "il sanguinario ") è un dittatore senza scrupoli (se mai possa esistere un tiranno che ne abbia). A capo dello Zimbabwe dal 1987, in patria viene considerato un eroe nazionale, anche se è praticamente impossibile dissociarsi da questa idea, in quanto i membri dell'opposizione finora hanno fatto tutti una brutta fine. Celebre la sua amicizia con il Colonnello Gheddafi. Nonostante le denunce delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, Mugabe è ancora lì al suo posto ed è celebre per le spese folli della sua signora, che ama particolarmente gioielli e costosissimi vestiti di fattura europea.

Omar al Bashir, autoproclamatosi presidente del Sudan nel 1993, nel 2009 viene raggiunto da un mandato d'arresto internazionale, spiccato del Tpi di The Hague. E' accusato di crimini contro l'umanità e genocidio. Ma è sempre lì, in Sudan. Si conta che in Darfur siano morte per mano sua tra le 200 mila e le 400 mila persone. Spesso Bashir lascia il Sudan per viaggi diplomatici, ma ha l'accortezza di recarsi sempre in Paesi "amici " (solitamente dove regnano altri dittatori), dove è impossibile che venga arrestato. Tra i suoi compagni più fedeli il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad , anche lui un tiranno ben saldo al potere.

Dall'Africa all'Asia il passo è breve. Si comincia in Myanmar , dove dal 1992 regna sovrano il generale Than Shwee, a capo di una feroce Giunta militare. Recentemente è stata liberata Aung San Suu Kyi, il che fa sperare in qualcosa di migliore nel futuro prossimo dell'ex Birmania. E poi la schiera dei Paesi caucasici, a partire da Ilham Aliyev in Azerbaijan, erede di una dinastia di dittatori, fino a Nursultan Nazarbaev, padre-padrone del Kazakhstan.

A capo del Paese di fatto dal 1984, quando divenne segretario del Partito comunista del Kazakhstan, Nazarbaev è il primo (e unico) presidente del Paese dalla sua indipendenza da Mosca, nel 1991. Alle ultime elezioni ha ottenuto il 95.54% delle preferenze. Insomma, il "nostro" è riuscito a spazzare via l'opposizione, che non trova voce nonostante gli appelli internazionali. Patito di arte e cultura, ha disegnato il Paese, che è grande quanto metà dell'Europa e che ha i più grandi giacimenti di gas al mondo, in base alla sua figura. Ogni "buon" dittatore che si rispetti alimenta il culto della personbalità (la sua), ed ecco che Nazarbaev in venti anni ha tirato su una sorta di Las Vegas caucasica. La capitale Astana sembra un gigantesco parco giochi dell'architettura, tra piramidi trasparenti fatte da Norman Foster a centri commerciali griffati da Zaha Hadid. E c'è anche il più grande auditorium del mondo (costruito dall'italianissimo Manfredi Nicoletti), dirimpettatio del fastoso palazzo presidenziale.

Poco importa che in Kazakhstan le uniche strade esistenti sembrano tracciate con la punta di un dito e che mancano le infrastrutture di base per un'esistenza dignitosa. Il Paese, con i suoi giacimenti che fanno gola al mondo intero, viene coccolato da tutti. E così, passano sotto silenzio anche i morti del regime. Pochi giorni fa sono stati uccisi 14 operai nella città petrolifera di Zhanaozen. Ma, secondo fonti non ufficiali, i disordini seguiti alle manifestazioni hanno provocato tra i 30 e i 100 morti, oltre a centinaia di feriti.

Come scrive Evgeny Utkin su Quotidiano Energia (praticamente l'unica testata che ne ha parlato in Italia): "I manifestanti, molti dei quali indossavano le uniformi della compagnia di Stato KazMunaiGaz, hanno distrutto la tribuna per i festeggiamenti dei 20 anni di indipendenza del Kazakhstan dalla Russia e abbattuto l’albero di Natale e quindi dato alle fiamme camionette della polizia e una quarantina di edifici, tra cui il palazzo del Comune e la sede di OzenMunaiGaz, filiale di KazMunaiGaz". Nursultan Nazarbaev ha immediatamente imposto a Zhanaozen lo stato di emergenza e il coprifuoco, con un decreto che proibisce anche fino al 5 gennaio scioperi e proteste pubbliche e restringe la libertà di movimento.

La città - scrive Utkin - al momento è presidiata dai militari e dalla polizia e sono state oscurate le reti Internet e di telefonia mobile. Niente male per un presidente che recentemente è stato additato da Barack Obama come "esempio morale" che tutto il mondo dovrebbe seguire sulla strada della lotta alle armi nucleari (battaglia ventennale di Nazarbaev, che come sua prima azione politica nel 1991 decise di chiudere il sito di Semipalatinsk, dove i sovietici hanno effettuato più di 500 test atomici).

Spostandosi in Uzbekistan, troviamo Islam Karimov . Dittatore mediocre, che tiene in pugno il Paese dal 1991, anno dell'indipendenza da Mosca. I 26 milioni di uzbeki vivono con meno di un dollaro al giorno. Le libertà individuali sono ridotte al lumicino. Qualsiasi forma di opposizione a Karimov viene repressa nel sangue. Il dittatore ha due miti, Tamerlano e Gengis Khan, e bisogna dire che cerca di seguire alla lettera il loro esempio. Unica debolezza del tiranno, la figlia Gulnara Karimova, alla quale il raìs ha praticamente regalato il Paese. La donna gestisce ogni singolo settore dell'economia, dalle aziende petrolifere ai night club.

Cambiando emisfero, il Sudamerica si conferma terra di dittatori. La palma del più longevo va sicuramente a Fidel Castro , che da 52 anni tiene in pugno Cuba. Vale poco il fatto che Fidel abbia fatto un passo indietro lasciando formalmente il potere nelle mani del fratello Raul. E' sempre lui il deus ex machina dell'isola di fronte alle coste della Florida e nell'ultimo mezzo secolo non ha fatto nulla per migliorare la condizione della sua gente, che versa in una situazione drammatica. Nessuna libertà economica, né politica. Il mito della Revolucion a Cuba si è spento in breve tempo.

E poi ci sono i dittatori borderline, quelli che sostengono di essere democratici e di accettare il risultato elettorale (spesso e volentieri truccato in loro favore). Basti pensare a Hugo Chavez , padre-padrone del Venezuela, che ha tappezzato i muri del Paese con la sua icona in giubba rossa e la scritta: "Socialismo o muerte". Chavez si ritiene l'erede del mitico Simon Bolivar, ma del condottiero sembra avere poco o niente. Negli ultimi dieci anni da quando è al potere a Caracas è riuscito a mettere in ginocchio uno dei Paesi più ricchi dell'America Latina, puntando tutto sul petrolio. Nei supermercati venezuelani oggi manca persino il latte e non c'è sufficiente energia per andare al cinema dopo il calare del sole. E quando la fame preme, la criminalità cresce a livello esponenziale. Intanto, Chavez - che recentemente ha reso pubblico di essere affetto da un cancro - sborsa miliardi di dollari (almeno due l'anno) per aiutare il compagno Fidel a Cuba. Sperando di emularlo in tutto e per tutto. E a giudicare dalle condizioni del Venezuela, sembra ci stia davvero riuscendo.

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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso, e con Radio3Mondo di RadioRai, dove si occupa della rassegna stampa internazionale

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