Nuove guerre si sostituiscono alle vecchie. Dal Mar della Cina allo Stretto di Hormuz, gli equilibri del mondo sono sempre più legati alla lotta per il controllo delle fonti di energia, le cosiddette "sorgenti della vita". Ma anche della morte.
In un mondo sempre più regolato dalle sottili alchimie economiche e commerciali, punti nevralgici rischiano di riscaldarsi oltre il livello di guardia e provocare nuovi, feroci scontri. In mezzo c'è di tutto: politica, cultura, economia, ideologie. E tutto naviga su un mare di petrolio. Dall'Asia all'Africa, la terra trema, ma non per un effetto sismico.
Recentemente, l'Iran ce ne ha dato un assaggio, quando ha reagito alle nuove sanzioni sul greggio imposte dall'Unione europea. Al Paese persiano è bastato minacciare l'interdizione dello Stretto di Hormuz , dove passa la maggior parte di greggio diretto in tutto il mondo, per far salire alle stelle la tensione con la comunità internazionale, Stati Uniti in primis.
E poi c'è tutta la parte meridionale del Mar della Cina, dove ci sono atolli e isole senza popolazione. Anche lì i fondali sono ricchi di gas e petrolio. Si spiegherebbe così l'inflessibilità di Pechino nei confronti della presenza americana nell'area del Pacifico e, viceversa, si comprenderebbero in maniera più profonda le scelte di Washington, che sostiene gli Stati asiatici attorno all'impero Celeste, dalle Filippine al Vietnam e alla Malesia, nell'ottica di uno sdoganamento dal dominio cinese.
A seguire c'è l'Africa, con la Nigeria, che è uno dei principali produttori di petrolio del Continente. Secondo il Cia World Factbook , nel 2009 la Nigeria ha prodotto più di 2 milioni di barili di greggio al giorno, soprattutto nella zona del delta del Niger, dove petro-multinazionali estraggono più del 90% del greggio, con personale e strutture spesso nel mirino di gruppi di estremisti locali, che puntano all'indipendenza della regione e si fanno sentire a suon di sequestri e omicidi.
Infine, il versante post-sovietico, dove Mosca è alle prese con le intemperanze di quello che un tempo fu il suo immenso parco giochi e che oggi va sotto il nome di gruppo delle "repubbliche ex sovietiche". Paesi come il Kazakhstan, il Turkmenistan, l'Azerbaijan, la Georgia, il Kirghizistan e compagnia cantando. Accomunati dal loro affaccio sul Mar Caspio, altra incredibile sorgente di gas e petrolio. Paesi, questi ultimi, governati da dittatori longevi e profondamente portati alla litigiosità con il "vicinato", per affermare la loro impostazione populista e nazionalistica. Insomma, una mappa di fuoco.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso, e con Radio3Mondo di RadioRai, dove si occupa della rassegna stampa internazionale
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